Il villaggio globale ha fallito?

Nei ricordi della mia gioventù ci sono i lunghi viaggi che, in treno, facevo in giro per l’Italia. Napoli – Roma, in treno richiedeva un paio d’ore con il rapido, tre o più con un diretto e una vita con un accelerato (credetemi ho fatto anche questo!). Le comunicazioni erano affidate alle lettere che, per la verità, impiegavano quasi gli stessi tempi di oggi per collegare persone da un capo all’altro della penisola. Oggi i viaggi di lavoro sono un ricordo. Da tempo immemorabile non salgo su un treno, gli spostamenti in auto sono, comunemente, per svago. La globalizzazione, il “villaggio globale” ha reso, in sostanza, obsolete le vecchie forme di comunicazione e di viaggio.

Un messaggio di posta elettronica arriva immediatamente al destinatario e se qualcuno non risponde subito, basta scrivergli su WhatsApp, su Facebook o su qualsiasi altra diavoleria installata sullo smartphone. Direttamente sullo smartphone posso ricevere le ultime notizie, anche dal più sperduto angolo del mondo, essere aggiornato in tempo reale sul meteo (anche quello della base artica “Dirigibile Italia”), sapere i dettagli dell’ultimo “gossip”, vedere e discutere i momenti salienti di un evento sportivo. La Terra, questo piccolo scoglio scagliato a velocità folle nelle viscere dell’universo, è diventato un villaggio, il villaggio globale.

Internet, l’autostrada che ci ha portato al futuro, ha cambiato anche le regole della comunicazione. Tutto deve essere sintetizzato in poche righe o addirittura in meno di 200 caratteri. Le notizie devono essere sintetiche, rapide e colpendo direttamente i sentimenti di chi legge. Ne consegue che, purtroppo, molti sono chi nasconde nel titolo della notizia anche il loro parere “politico”, ammaestrando le masse che hanno perso l’abitudine a informarsi a fondo, costruendo sentimenti che contrastano con quello che una persona realmente è. Il “villaggio globale” sembrerebbe aver fallito il suo scopo, di ridurre le distanze facilitando le comunicazioni su eventi di grosso impatto sociale.

Ma se leggiamo, magari non su internet ma su un bel libro in “carta e copertina”, i testi dell’ormai sconosciuto Marshall McLuhan, che usò per la prima volta il termine “villaggio globale”, scopriamo che, quasi cinquanta anni fa, in “Guerra e Pace nel Villaggio Globale” aveva segnalato che la globalizzazione avesse apportato e stimolato più “discontinuità, e diversità, e divisione”. Una sorta di evoluzione darwiniana della specie. Se poi questa evoluzione della specie porterà alla sua estinzione, non è certo colpa del villaggio globale, ma di chi ne fa un uso distorto.