Il caso Facebook. Di chi è la colpa?

Parliamoci chiaro, se ne abbiamo voglia. Oppure proviamo a nasconderci dietro il solito dito che non copre nemmeno lo 0,001% dei nostri errori. Quello che è successo negli USA, con Cambridge Analytics che avrebbe fatto uso illegale dei dati di Facebook raccolti, badate bene, con il pieno consenso degli utenti interessati non è nulla di straordinario e, personalmente credo, nemmeno tanto illegale come si vorrebbe far credere.

Partiamo dalle origini, “ab ovo” come dicevano i nostri padri. Scorrendo le pagine FB dei nostri amici troviamo, a migliaia, applicazioni varie che modificano le immagini, ti dicono quando morirai, ti predicono chi è il tuo vero e segreto amore, ti consentono di giocare e via discorrendo. Bene, mettiamo un bel like, (vuoi negare un like a quella persona?) poi ci facciamo prendere dalla voglia di imitarla e proviamo anche noi quell’app che in quel momento ci è sembrata tanto carina. Voglia di fare in fretta (fra tre fermate devo scendere dall’autobus) e acconsentiamo all’uso dei dati del nostro profilo. La frittata dei dati è servita, bella calda e disponibile a tutti quelli che hanno i soldi e la voglia di pagare.

C’è qualche ingenuo che ancora oggi crede che un programmatore, per quanto sfigato e sull’orlo della povertà, si metta a fare un programma, metta in fila centinaia di righe di codice, solo per far divertire gli altri? Tu mi hai autorizzato all’accesso ai tuoi dati? Bene, io li uso come credo, nel modo più opportuno per far entrare nelle mie tasche qualche soldino.

Risultato? Se tutto va bene (per l’utente) si ricavano i dati di base dell’apparentemente ignaro utente da usare per la pubblicità mirata. Se tutto va come deve andare (per l’autore dell’app) dopo un’attenta profilazione dell’utente, dei suoi amici e, con un effetto catena, degli amici degli amici, si ha pronto da vendere un pacchetto d’informazioni messe lì volontariamente dalla cosiddetta vittima.

Se poi queste informazioni sono vendute, a colpi di milioni di dollari, a persone o gruppi in grado di generare milioni di post mirati, chi vogliamo mettere in croce? L’azienda che cerca di fare il suo profitto o noi che sparpagliamo tutti i fatti nostri al mondo intero?