Oggi è la Giornata mondiale della Terra. Puntuale come un post motivazionale il lunedì mattina, torna lo slogan: “È il momento di agire per salvare il Pianeta.”

E via con cortei, convegni, dichiarazioni infiammate da sacro furore. Oggi. Domani vedremo…

E ogni anno, davanti a questa frase, mi viene un dubbio piccolo ma ostinato: siamo proprio sicuri di voler salvare il Pianeta… o stiamo più semplicemente cercando di salvare noi stessi?

Perché il Pianeta — diciamocelo con un minimo di onestà geologica — non è esattamente in pericolo. Ha superato estinzioni di massa, ere glaciali, cataclismi di varia natura. Se la storia della Terra fosse un film, noi saremmo una comparsata che non sarebbe citata nemmeno nei titoli di coda. Rumorosa, certo. Ingombrante. Ma pur sempre una comparsata.

Lei, la Terra, al massimo, si scrolla di dosso qualche specie. E va avanti.

Il problema, quindi, non è il Pianeta. Il problema è che su questo Pianeta ci siamo noi. E ci siamo affezionati a un certo tipo di vita: aria respirabile, acqua potabile, stagioni più o meno riconoscibili, supermercati pieni, condizionatori a palla appena la temperatura sale oltre i 25° e riscaldamento al massimo se scende sotto i 18°.

Quando diciamo “salviamo il Pianeta”, stiamo in realtà dicendo:
salviamo le condizioni che rendono possibile e comoda la nostra esistenza così com’è.

Che è molto meno poetico. Ma infinitamente più vero.

Eppure, invece di ammetterlo, preferiamo raccontarcela in versione epica. Ci immaginiamo come custodi della Terra, paladini dell’equilibrio naturale, protagonisti di una missione quasi cosmica. Un po’ eroi, un po’ martiri, sicuramente dalla parte giusta della storia.

Poi però, quando si tratta di agire davvero, succede qualcosa di curioso.

Siamo prontissimi a cambiare lampadina, a fare la raccolta differenziata, a condividere il post giusto nel giorno giusto. Tutte cose utili, per carità. Ma rigorosamente compatibili con il fatto che, nel frattempo, il nostro stile di vita resti più o meno intatto.

Quando invece le azioni iniziano a essere meno comode — meno consumi, meno sprechi, meno “diritti acquisiti” sotto forma di abitudini — ecco che l’entusiasmo si raffredda. Perché lì non si tratta più di salvare il Pianeta. Si tratta di cambiare noi.

E cambiare noi è tutta un’altra storia.

La verità, un po’ brutale, è che non stiamo cercando di evitare un disastro per la Terra. Stiamo cercando di evitare un disastro per il nostro modo di vivere sulla Terra.

Stiamo negoziando le condizioni della nostra permanenza.

E come ogni negoziato che si rispetti, ci presentiamo al tavolo con richieste molto ambiziose e disponibilità al compromesso piuttosto… contenute.

Vorremmo continuare a viaggiare, consumare, produrre, crescere — possibilmente senza conseguenze. Una sorta di “tutto come prima, ma senza effetti collaterali”. Se fosse un contratto, sarebbe una di quelle clausole scritte in corpo 48: diritto inalienabile al comfort, senza responsabilità annessa.

Dall’altra parte del tavolo, però, il Pianeta non firma. Non tratta. Non concede proroghe.

Al massimo risponde con qualche “nota tecnica”: ondate di calore, eventi estremi, risorse che si assottigliano. Nessun comunicato ufficiale, nessuna conferenza stampa. Solo fatti.

E noi lì, a rilanciare:
“Va bene, riduciamo un po’… ma senza esagerare.”
“Cambiamo, certo… ma gradualmente.”
“Agiamo subito… appena possibile.”

È una trattativa surreale, perché l’unica parte che può davvero perdere siamo noi. Eppure ci comportiamo come se avessimo margine, tempo, alternative.

Come se potessimo alzarci dal tavolo e dire: “Sapete cosa? Passo.”

Il punto non è quindi smascherare una presunta ipocrisia — sarebbe troppo facile. È riconoscere una cosa più scomoda: il nostro impegno ambientale è spesso una forma di autodifesa. Legittima, comprensibile, persino necessaria. Ma pur sempre autodifesa.

Non c’è nulla di male nel voler salvare le proprie “terga”. Anzi, è probabilmente l’unico vero motore del cambiamento.

Il problema nasce quando lo mascheriamo da altruismo universale, e così facendo evitiamo la domanda più onesta di tutte:
quanto siamo davvero disposti a cedere, in questa trattativa, per poter restare?

Perché il Pianeta, alla fine, non ha fretta.

Non deve convincerci di nulla.

Non ha bisogno di noi.

Noi sì.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 21

«Se una storia sembra perfetta per confermare le tue idee, controllala due volte.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.