C’è una parola che negli ultimi tempi viene usata con la stessa frequenza con cui si controllano le notifiche: maranza.
La si pronuncia con fastidio, con superiorità, a volte con un filo di paura. Una parola che, detta in televisione, suona già come una sentenza.

“Maranza qua, maranza là.”
Una categoria sociale, una diagnosi veloce, un’etichetta comoda. Troppo comoda per essere innocente.

Poi, subito dopo averla detta, si abbassa lo sguardo.
Non per riflettere.
Per controllare lo smartphone.

Il maranza, nella narrazione corrente, è rumoroso, invadente, maleducato. Occupa spazi, alza la voce, esibisce sé stesso senza troppi filtri.
Insomma: si vede.

Ed è proprio questo il suo principale difetto.
Essere visibile.

Perché tutto ciò che si vede si può criticare.
Tutto ciò che si può criticare solleva automaticamente chi critica.

E così nasce l’altra categoria, quella molto meno discussa ma infinitamente più diffusa: i sedicenti adulti.

Il sedicente adulto è una creatura affascinante.
Ha superato una certa età anagrafica e questo, nella sua personale mitologia, coincide con l’aver raggiunto una forma di superiorità morale.

Lo si riconosce facilmente da alcune frasi tipiche: “Ai miei tempi…”, “I giovani di oggi…”, “Bisognerebbe dargli una regolata…”

Frasi spesso digitate.
Raramente pensate.

Perché mentre il maranza occupa la piazza, il sedicente adulto occupa i commenti.
E lo fa con una dedizione, una costanza e una dipendenza che farebbero impallidire qualsiasi adolescente.

Qui sta il punto che disturba.

La dipendenza dalla tecnologia non è un problema generazionale.
È un problema umano.

Solo che nei ragazzi è evidente, quasi ingenua.
Nei grandi è sofisticata, giustificata, travestita.

Il ragazzo “sta sempre al telefono”.
L’adulto “si informa”.

Il ragazzo scrolla.
L’adulto “si aggiorna”.

Il ragazzo cerca approvazione.
L’adulto “esprime un’opinione”.

Cambiano le parole.
Il meccanismo è identico.

C’è qualcosa di profondamente ironico — e un po’ tragico — in tutto questo.

Il maranza cerca attenzione dal vivo, magari in modo scomposto, e viene stigmatizzato.
L’adulto distribuisce attenzione a casaccio, a colpi di like e indignazioni, e si sente partecipe del mondo.

Uno alza la voce in strada.
L’altro la alza nei commenti.

Uno esagera davanti a tutti.
L’altro esagera davanti a uno schermo, convinto che sia diverso. Solo più silenzioso.

La verità è che il maranza è un sintomo rumoroso.
Il sedicente adulto è una causa silenziosa.

Perché mentre ci si indigna per ciò che i ragazzi fanno, si ignora sistematicamente ciò che gli adulti mostrano.

E cioè:
distrazione cronica
bisogno costante di stimoli
incapacità di stare nel silenzio
dipendenza da approvazione digitale.

Tutte cose che non si insegnano con le parole.
Ma si trasmettono benissimo con l’esempio.

C’è una scena quotidiana, ormai normale, che meriterebbe uno studio sociologico serio.

Un tavolo.
Una famiglia.
Quattro persone.
Quattro schermi.

E magari, tra una notifica e l’altra, qualcuno trova anche il tempo di dire:
“Questi ragazzi sono sempre attaccati al telefono.”

Senza ridere.
Che è forse la parte più sorprendente. E la più grottesca.

Allora forse il problema non è togliere i social ai ragazzi.
Operazione già di per sé complicata e spesso inutile.

Forse il problema è più scomodo.
Chi li toglie agli adulti?
Chi insegna a chi dovrebbe insegnare?
Chi educa chi si sente già educato?
E soprattutto: chi mette in discussione chi è convinto di non averne bisogno?

Il maranza, almeno, non finge.
Esagera, sì. Ma alla luce del sole.

Il sedicente adulto, invece, ha affinato l’arte più sofisticata di tutte:
quella di non riconoscersi.

Forse non abbiamo bisogno di spiegare ai ragazzi come usare la tecnologia.

Forse abbiamo bisogno di adulti che ricordino cosa significa non esserne usati.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 42

«Prima di indignarti, verifica che il titolo e l'articolo parlino della stessa cosa.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.