Ovvero: Come accendere un sigaro con uno strumento progettato per leggere un bugiardino

Lente di Fresnel e toscanello su una scrivania: la curiosità che trasforma un semplice oggetto in un esperimento.


Ho una lente di Fresnel.

Anzi, ne ho più di una.

Una sulla scrivania, una nel portafogli e una perfino in macchina. Anche se ormai non guido più. “Brutta cosa ‘a vecchiaia” diceva la Smorfia.

Per chi non la conoscesse, la lente di Fresnel è un oggetto tanto semplice quanto geniale. Una sottile lastra di plastica trasparente che riesce a fare il lavoro di una lente molto più spessa e pesante. La mia è grande più o meno come una carta di credito e nasce con uno scopo preciso: aiutare a leggere ciò che qualcuno ha deciso di stampare con caratteri invisibili.

Bugiardini dei farmaci, istruzioni, codici seriali, etichette alimentari.
Insomma, tutto ciò che i progettisti grafici sembrano aver realizzato dopo aver mangiato peperoni di sera e litigato di notte con il concetto di leggibilità.

È uno di quegli oggetti che non fanno notizia.

Non ha batterie.
Non ha intelligenza artificiale.
Non possiede una versione Premium a pagamento.
Non richiede aggiornamenti software ma solo di essere, di tanto in tanto, pulita.

Funziona.
E basta.

Proprio per questo mi piace.

Molti anni fa, però, mi venne una curiosità.

Una lente convergente concentra la luce.
La luce del sole trasporta energia.
Se la concentri abbastanza, puoi produrre calore.
E se produci abbastanza calore…

Beh, teoricamente puoi accendere qualcosa.

A questo punto una persona normale avrebbe probabilmente preso atto della teoria e sarebbe passata ad attività più produttive.

Io no.

Avevo un sigaro.
Avevo il sole.
Avevo una lente di Fresnel.

Mancava soltanto il buon senso. Di quello ho smesso di fare uso da diverse decine di anni.

L’esperimento richiese una certa pazienza.

Bisognava trovare l’inclinazione corretta, individuare il punto luminoso più piccolo possibile e mantenerlo fermo abbastanza a lungo.

Per qualche minuto non successe nulla.

Poi comparve una sottile traccia di fumo.

Successivamente una piccola brace.

Infine il sigaro si accese davvero.

Con una soddisfazione largamente sproporzionata rispetto all’utilità pratica dell’impresa.

Perché con un accendino avrei impiegato circa due secondi.

Ma il punto non era accendere il sigaro.

Il punto era capire se fosse possibile.

Mentre il sigaro prendeva lentamente fuoco, senza saperlo stavo osservando una vecchia abitudine che mi accompagna da sempre.

Ripensandoci oggi, credo che una buona parte della mia vita sia stata guidata dallo stesso principio.

Prendere qualcosa progettato per uno scopo e chiedersi cos’altro potesse fare.

Un computer usato per risolvere problemi che nessuno aveva previsto.
Un software adattato a esigenze impreviste.
Un blog trasformato in un laboratorio di idee.

Perfino una conversazione con un’intelligenza artificiale che diventa l’occasione per ragionare sulla vita, sulla memoria o sulle pubblicità dei profumi.

La curiosità, dopotutto, funziona così.

Non si limita a chiedere “a cosa serve?”.

Chiede soprattutto “cos’altro potrebbe fare?”.

Naturalmente questo approccio ha un prezzo.

Ogni tanto avanza una vite.
Ogni tanto si rompe qualcosa.
Ogni tanto si perde molto più tempo del necessario.

Ma spesso è proprio in quelle deviazioni che si trovano le idee migliori.

Per questo continuo a portare con me una lente di Fresnel.

A 72 anni suonati la vista è quello che è. E i bugiardini li scrivono con caratteri sempre più piccoli.

Ma la porto, forse, anche come promemoria.

Per ricordarmi che gli oggetti, le persone e perfino i problemi sono quasi sempre più interessanti dell’uso per cui sono stati progettati.

E che, qualche volta, vale la pena perdere dieci minuti per accendere un sigaro.

Non perché serva.

Ma perché è così che si scopre a cosa possono servire davvero le cose.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 72

«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.