Ovvero: quando Internet scoprì di avere dei confini

Mare aperto con rotte digitali e una barriera di confine che simboleggia la nascita della geopolitica di Internet.


Per anni abbiamo immaginato Internet come un mare aperto.

Un luogo senza frontiere.
Senza dogane.
Senza passaporti.

Un ragazzo di Rimini, uno di Tokyo e uno di Buenos Aires potevano visitare gli stessi siti, leggere gli stessi articoli, usare gli stessi strumenti e discutere nelle stesse comunità.

Almeno in teoria.

Ci avevano parlato di un “Villaggio Globale”. Hanno scritto tomi sull’Autostrada che porta al futuro. Hanno inventato una sigla, WWW, che sembrava promettere una ragnatela capace di avvolgere il mondo.

E, per un certo periodo, sembrava davvero che le cose stessero così.

Poi sono arrivati i primi segnali.

Contenuti disponibili solo in determinati Paesi.
Servizi accessibili da una parte del mondo ma non dall’altra.
Firewall nazionali.
Sanzioni tecnologiche.
Restrizioni all’esportazione di microprocessori.

Nulla di particolarmente sorprendente, in fondo. La politica ha sempre trovato il modo di raggiungere i luoghi che si dichiaravano indipendenti dalla politica.

Provando, non sempre con successo, a metterci paletti, sbarre e caselli.

Ma negli ultimi giorni è successo qualcosa che merita attenzione.

Un modello avanzato di intelligenza artificiale è stato trattato come una tecnologia strategica da controllare e limitare.

Non entro nel merito della decisione. Saranno gli esperti di sicurezza, i governi e le aziende a discuterne.

Mi interessa il significato.

Perché fino a ieri il dibattito riguardava soprattutto l’hardware.

I chip.
I data center.
Le infrastrutture.

Oggi riguarda direttamente l’accesso alla conoscenza elaborata da una macchina.

È un cambiamento sottile ma profondo.

Per anni abbiamo pensato che il vero valore fosse nelle reti che trasportavano le informazioni.

Adesso sembra che il valore stia diventando sempre più nelle informazioni stesse e negli strumenti che permettono di interpretarle.

Forse stiamo assistendo a qualcosa di simile a ciò che è accaduto nei secoli passati con le rotte commerciali.

All’inizio il mare era semplicemente mare.

Poi comparvero rotte privilegiate.
I porti strategici.
Le acque territoriali.
Le zone economiche esclusive.

Nessuno abolì il mare.

Ma il mare smise di essere uguale per tutti.

Forse sta accadendo qualcosa di analogo con Internet.

Non stiamo assistendo alla fine della rete.

Stiamo assistendo alla sua geopolitica.

Una geopolitica fatta non soltanto di cavi sottomarini e satelliti, ma anche di algoritmi, modelli linguistici e capacità computazionale.

La cosa curiosa è che tutto questo arriva dopo decenni durante i quali ci siamo raccontati una storia diversa.

La storia di una tecnologia destinata a rendere irrilevanti i confini.
La storia di un mondo sempre più connesso.
La storia di un Villaggio Globale.

Forse quella storia non era sbagliata.

Forse era semplicemente incompleta.

Perché le reti possono attraversare le frontiere.

Il potere, invece, tende a ricostruirle.

E quando una tecnologia diventa abbastanza importante, abbastanza utile o abbastanza influente, qualcuno prima o poi decide di stabilire chi può usarla, come e a quali condizioni.

Non è una novità della storia.

È quasi una costante.

La vera novità è che oggi quelle frontiere non si trovano più soltanto sulle carte geografiche.

Cominciano a comparire anche dentro il mondo digitale.

E forse il villaggio globale non sta scomparendo.

Sta semplicemente scoprendo di avere delle sbarre all’ingresso.

Internet ci aveva abituati all’idea che l’informazione volesse e dovesse essere libera.

L’intelligenza artificiale ci sta ricordando che il potere, invece, non ha mai smesso di amare i confini.


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