Terminale informatico con un asterisco jolly che apre percorsi alternativi, metafora della speranza e delle possibilità inattese

Mi sono sempre chiesto chi abbia inventato l’asterisco.

Non dal punto di vista storico. Quello lo lascio ai linguisti, ai tipografi e a qualche docente universitario disposto a scrivere un saggio di centoventi pagine sull’evoluzione dei simboli tipografici dal Medioevo a oggi.

Io mi riferisco alla sua funzione pratica.

Perché l’asterisco è un oggetto curioso.
Sta lì, piccolo e discreto, quasi invisibile.

Eppure basta la sua presenza per dirti che la storia non è finita.

Hai letto una frase? Aspetta. C’è un asterisco.
Hai visto un’offerta straordinaria? Guarda meglio. C’è un asterisco.
Hai trovato una regola apparentemente assoluta? Da qualche parte c’è quasi certamente un asterisco.

L’asterisco è il simbolo universale del “sì, però”.

Per anni l’ho considerato un piccolo imbroglio tipografico.

Poi ho scoperto il suo uso come “carattere jolly” in informatica e ho iniziato a rivalutarlo.

Perché, a pensarci bene, gran parte delle cose che contano nella vita funzionano proprio così.

Facciamo progetti.

Piano A.
Tutto definito.
Date, orari, obiettivi, aspettative.

Poi arriva la realtà.

E la realtà ha il brutto vizio di leggere solo le note in fondo alla pagina.

Un temporale il giorno della gita.
Un treno perso.
Un lavoro che non arriva.
Un incontro inatteso.
Una telefonata.
Una malattia.

Un’opportunità che non avevamo previsto.

All’improvviso il piano A scopre di essere accompagnato da un asterisco che nessuno aveva notato.

Da giovane questa cosa mi infastidiva.

Pensavo che l’intelligenza consistesse nel prevedere tutto.

Con l’età ho scoperto che prevedere tutto è impossibile.

E che spesso la differenza non la fa chi costruisce il piano migliore.

La fa chi lascia un po’ di spazio alle note a margine.
Chi cerca di trovare una nuova parola inserendo un carattere jolly.
Chi accetta che il percorso possa cambiare.
Chi sa distinguere tra l’obiettivo e la strada scelta per raggiungerlo.

Perché a volte il problema non è che il piano A fallisce.

È che ci ostiniamo a seguirlo quando la vita ci sta indicando un percorso migliore.

Naturalmente esiste anche l’eccesso opposto.

Ci sono persone che vivono dentro una gigantesca nota a piè di pagina.

Non decidono mai nulla.
Non scelgono.
Non partono.
Non rischiano.
Usano gli asterischi non per tenere aperte le possibilità, ma per evitare di prendere decisioni.

Mettono asterischi dietro ogni idea fino a trasformarla in una raccolta di eccezioni.

Non è di questo che parlo.

L’asterisco utile non sostituisce la frase principale.

La completa.

Prima si scrive il progetto.

Poi, in piccolo, si aggiunge la consapevolezza che il mondo potrebbe avere idee diverse dalle nostre.

Forse è per questo che continuo a considerare la speranza una virtù straordinariamente pratica.

Non è ottimismo ingenuo.

Non è la convinzione che andrà tutto bene.

È qualcosa di più concreto.

È la capacità di leggere una situazione difficile e immaginare che esista ancora una nota in fondo alla pagina che non abbiamo visto.

Una possibilità.
Una strada laterale.
Una soluzione imprevista.
Un aiuto inatteso.

Un nuovo inizio.

In fondo, la speranza è proprio questo.

Un asterisco messo al posto giusto.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 14

«Quando qualcuno dice "gli esperti affermano", chiedi quali.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.