(ovvero: la fatica sottovalutata delle conversazioni umane)

Uomo pensieroso davanti a una tazza di caffè osserva un gatto: una metafora dell'ascolto, dell'attenzione e del dialogo.


Ho il sospetto che molte persone ascoltino come Windows installa gli aggiornamenti.

Aspettano soltanto che finisca.

Non importa cosa stia succedendo.
Non importa quanto tempo serva.
L’obiettivo è arrivare al momento in cui compare il pulsante “Riavvia”.

Nelle conversazioni il pulsante “Riavvia” coincide più o meno con il momento in cui possiamo finalmente dire la nostra.

Ascoltare è un lavoro.

Non sembra, apparentemente è una delle attività più semplici del mondo.

Basta stare lì.
Magari annuire ogni tanto.
Provare a fare una faccia intelligente nei momenti opportuni.
Pronunciare qualche “capisco”, “certo”, “hai ragione” ben distribuito lungo la conversazione.

E invece no.

Ascoltare davvero è una delle attività più impegnative che un essere umano possa svolgere.

Per prima cosa bisogna tacere.

Ma qui c’è l’inciampo.

Quante volte, mentre qualcuno sta ancora parlando, stiamo già preparando la risposta?

Non stiamo ascoltando.
Stiamo aspettando il nostro turno.

È una differenza sottile ma importante.

Da vecchio informatico la descriverei così: molte conversazioni funzionano in modalità half-duplex.
Come i vecchi baracchini CB.

“Passo.”
“Ricevuto. Passo.”
“Negativo. Passo.”

L’ascolto vero, invece, richiede una modalità full-duplex mentale. Prima ricevi il messaggio. Poi lo elabori. Solo dopo trasmetti.

Operazione apparentemente semplice che, a giudicare da certi dibattiti online, richiederebbe un aggiornamento firmware collettivo.

Ascoltare richiede di mettere temporaneamente in pausa noi stessi. Le nostre opinioni, le nostre esperienze, perfino il desiderio di raccontare quell’episodio che ci è successo e che sembra incredibilmente pertinente.

Poi c’è il secondo passaggio.

Capire cosa l’altro sta cercando di dire.

Che non è sempre la stessa cosa di ciò che dice. Anzi.

Le parole sono strumenti meravigliosi, ma non perfetti. A volte una persona usa dieci frasi per esprimere una preoccupazione. Altre volte racconta un fatto quando in realtà sta chiedendo aiuto. Oppure formula una domanda e ciò che cerca davvero è rassicurazione.

Capire richiede attenzione.

E l’attenzione, come tutte le risorse preziose, è limitata.

Quando lavoravo con i computer degli anni Ottanta, la memoria era poca e bisognava usarla con giudizio. Oggi disponiamo di gigabyte ovunque, ma l’attenzione continua a essere una risorsa scarsa. Forse più scarsa di allora.

Eppure abbiamo l’impressione di ascoltare ed essere ascoltati sempre meno.

Una delle grandi illusioni dell’era digitale è che comunicare sia diventato facile.

In realtà è diventato facile parlare.

Capirsi continua a richiedere parecchio lavoro.

Ascoltare, invece, costa esattamente come costava ai tempi di Socrate.

Tempo.
Pazienza.
Curiosità.

Disponibilità a cambiare idea.

Ed è proprio quest’ultimo punto a rendere l’ascolto così faticoso.

Se ascolto davvero qualcuno, devo accettare la possibilità che abbia ragione almeno su qualcosa. Che possieda un pezzo di verità che a me manca. Che il mio punto di vista non sia completo.

Non è una prospettiva particolarmente comoda.

Molto più semplice cercare nella frase dell’altro il dettaglio da contestare, l’errore da evidenziare, l’argomento da demolire.

In questo modo la conversazione si trasforma in una gara di monologhi paralleli.

Tutti rispondono.

Pochi comprendono.

A volte mi viene il sospetto che molti commenti sui social vengano scritti dopo aver letto il titolo, le prime due righe e una parola scelta a caso nel terzo paragrafo.

Una sorta di lettura selettiva assistita dall’impazienza.

Forse è anche per questo che le persone che sanno ascoltare vengono ricordate con affetto. Non necessariamente perché siano le più brillanti o le più colte. Ma perché ci fanno un regalo raro.

Ci concedono attenzione.

E l’attenzione, in un mondo che la frammenta continuamente, è diventata una forma di generosità.

Forse ascoltare è davvero un lavoro.

Ma è uno di quei lavori che migliorano contemporaneamente chi lo svolge e chi ne beneficia.

Da vecchio nerd continuo a pensare che la comunicazione umana abbia un difetto di progettazione.

Il progetto originale prevedeva due orecchie e una sola bocca.

Poi qualcuno ha installato il modulo “Commenta subito”.

E da allora non siamo più riusciti a disattivarlo.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 24

«Non attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato da fretta, stanchezza o incompetenza.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.