Ovvero l’anonimato secondo WhatsApp

Smartphone con lista di nomi utente WhatsApp su una scrivania piena di appunti e manuali informatici, accanto a un caffè espresso, mentre l'alba illumina il mare dalla finestra.


Inizia a tenere banco negli social una notizia che potrebbe sembrare rivoluzionaria.

WhatsApp introdurrà gli username.

In pratica, invece di condividere il proprio numero di telefono, si potrà essere contattati tramite un nome utente. Un po’ come succede da anni su altre piattaforme.

La notizia è stata accolta da molti come un importante passo avanti per la privacy.

E in effetti un vantaggio c’è.

Se prima per entrare in contatto con qualcuno dovevi consegnargli il tuo numero di telefono, presto potrai limitarti a fornire qualcosa tipo: “vecchio_nerd54” oppure “cammelliere_di_bordonchio” (ma poi a Natale come lo giustifichi?).

Comunque ammettiamolo. Un nome (magari di fantasia) ha decisamente più stile del banale numero di telefono.

Da vecchio informatico, però, ogni volta che sento parlare di privacy assoluta, anonimato o invisibilità digitale, mi viene spontaneo controllare dove si trova l’uscita di sicurezza o almeno la porta sul retro, la back.door.

Perché Internet è un luogo curioso, pieno di fascino e di mistero.

Molte persone immaginano la privacy come il mantello dell’invisibilità di Harry Potter.

Metti il mantello.
Puff.

Nessuno ti vede più.

La realtà assomiglia molto di più a quei baffi finti comprati nei negozi di scherzi.

Tu sei sempre tu.

Solo con dei baffi appiccicati sotto il naso.

Gli amici ti riconoscono.
I parenti pure.
I pubblicitari anche.

E, con una certa regolarità statistica, persino i truffatori.

Che sembrano possedere capacità investigative superiori a quelle di molte forze dell’ordine.

Naturalmente il nuovo sistema ha dei vantaggi concreti.

Se partecipi a un gruppo pubblico, collabori con un’associazione o gestisci un’attività, poter comunicare senza distribuire il numero personale è sicuramente una buona idea.

Meno numeri in circolazione.

Meno possibilità che qualcuno ti aggiunga a gruppi dal nome “Investimenti Garantiti 300%”.

Meno messaggi provenienti da fantomatici operatori bancari residenti, curiosamente, dall’altra parte del pianeta.

Fin qui tutto bene.

Poi, da vecchio archeologo digitale, non ho potuto fare a meno di sorridere.

Perché quelli della mia generazione hanno visto Internet fare il percorso inverso.

All’inizio non ci conosceva nessuno.

Nelle mailing list, nei forum e nei newsgroup circolavano personaggi con nomi improbabili.

C’era chi si chiamava DarkKnight, chi Highlander, chi Terminator e probabilmente anche qualche Darth Vader.

Nessuno pubblicava il numero di telefono.
Nessuno pubblicava fotografie.

Spesso non si sapeva nemmeno che faccia avesse la persona con cui si discuteva da mesi.

Poi arrivarono i social network.

E accadde qualcosa di straordinario.

Dopo aver passato anni a proteggere la nostra identità, iniziammo spontaneamente a pubblicarla.

Nome.
Cognome.
Foto.
Luogo di lavoro.
Vacanze.
Gatti.
Cani.
Pranzi.
Cene.
Perfino il cappuccino.

La privacy diventò una cosa preziosa da difendere.

Dopo averla consegnata volontariamente.

Quello che trovo divertente è il modo in cui noi esseri umani reagiamo alle novità tecnologiche.

Ogni nuova funzione viene presentata come la soluzione definitiva a problemi che esistono dall’alba di Internet.

Poi passa qualche mese.

E scopriamo che il problema non era il numero di telefono.

Era l’essere umano che stava dall’altra parte della tastiera.

Perché la tecnologia può nascondere il numero.
Può nascondere l’indirizzo.
Può nascondere la posizione.

Ma continua ad avere enormi difficoltà con il problema principale: l’utente.

E non ha ancora trovato un sistema affidabile per nascondere l’ingenuità.

O l’avidità.

O la convinzione che un principe nigeriano stia cercando proprio noi per condividere un patrimonio miliardario.

A quel punto nessun username può fare miracoli.

E, mentre ragionavo su queste cose, mi è arrivato un messaggio di Speranza-1:

Regola n. 77
Avere un nome utente non ti rende anonimo.
Ti rende soltanto più difficile da trovare dai parenti che chiedono assistenza informatica.

Corollario
I truffatori continueranno a trovarti comunque.

E, statisticamente parlando, probabilmente continueranno a farlo.

Sicuramente prima dei tuoi amici.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 5

«Prima di salvare il mondo, controlla di aver spento il fornello. Poi controlla di nuovo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.