Cronache di un cervello preistorico con connessione a fibra ottica

Una tigre nei panni di direttore di giornale legge notizie allarmistiche in una redazione dominata da titoli catastrofici, mentre all'esterno un sereno tramonto sul mare e una passeggiata affollata ricordano che la realtà è spesso meno drammatica delle notizie.


C’è una vecchia regola non scritta del giornalismo che recita più o meno così:

Bad news is good news.

Le cattive notizie fanno notizia.

Un treno arriva puntuale?
Normale.

Un treno arriva con tre ore di ritardo?
Apertura del telegiornale.

Migliaia di persone trascorrono una giornata tranquilla?
Nessuno se ne accorge.

Un tizio decide di arrampicarsi su un monumento vestito da supereroe?
Titoli, fotografie e interviste.

Per anni ho pensato che fosse semplicemente un difetto dei giornalisti.

Poi è arrivato internet.

E ho scoperto che il problema potrebbe essere molto più antico.

Molto prima dei giornali, della televisione e perfino dei social network, i nostri antenati vivevano in un mondo decisamente meno confortevole del nostro. Diciamo pure ostile.

Per sopravvivere era utile prestare attenzione ai pericoli.

Un rumore sospetto nel bosco poteva essere una tigre.

Un cespuglio che si muoveva poteva nascondere qualcosa di poco amichevole.

Un tramonto spettacolare, invece, era certamente piacevole ma non aumentava in modo significativo le probabilità di arrivare vivi al giorno successivo.

Anzi.
Tutti sapevano che al tramonto le tigri andavano alle pozze d’acqua.

Così il cervello umano ha sviluppato una piccola deformazione professionale.

Tende a notare prima ciò che potrebbe rappresentare una minaccia.

È un meccanismo utile.

Anzi, è probabilmente uno dei motivi per cui siamo ancora qui.

Il problema è che il mondo è cambiato molto più rapidamente del software che abbiamo installato nel cranio. Un software aggiornato nel corso di millenni di evoluzione e decisamente poco incline alle versioni beta.

Le tigri sono quasi sparite.

Le notifiche, invece, si sono moltiplicate.

Ogni giorno scorriamo centinaia di titoli.

E il nostro cervello continua a comportarsi come faceva migliaia di anni fa.

Si ferma sulle parole che evocano paura, rabbia, rischio, scandalo o indignazione.

A questo punto entra in scena il protagonista del terzo millennio: l’algoritmo.

L’algoritmo non è cattivo.

Non è nemmeno particolarmente intelligente.

Soprattutto, non ha una linea editoriale.

Osserva semplicemente il comportamento delle persone.

Se milioni di utenti si fermano a leggere una notizia allarmante e ignorano una notizia rassicurante, lui prende nota.

Se un titolo catastrofico genera più clic, più commenti e più condivisioni, lui prende nota.

Se una discussione furibonda trattiene gli utenti sullo schermo per venti minuti invece di due, lui prende nota.

E alla fine conclude, con l’entusiasmo di una calcolatrice che ha appena scoperto il tasto “%”:

“Perfetto. Ne vogliono ancora.”

Così facendo non crea il problema.

Lo amplifica.

Prende una debole inclinazione umana e la trasforma in una macchina industriale capace di produrre attenzione ventiquattro ore su ventiquattro.

Il risultato è curioso.

Viviamo probabilmente nell’epoca più sicura, più ricca e più connessa della storia umana, ma spesso abbiamo l’impressione di abitare in un mondo sull’orlo del collasso permanente.

Non perché le cose vadano sempre male.

Ma perché le cose che vanno male ricevono molta più visibilità.

Nel frattempo, milioni di persone fanno il loro lavoro, aiutano qualcuno, crescono figli e nipoti, assistono genitori anziani, rispettano gli altri e tengono insieme piccoli pezzi di mondo.

Solo che queste attività hanno un difetto terribile.

Sono normali.

E la normalità, da sempre, ha un ufficio stampa pessimo.

Forse la vera sfida del nostro tempo non è ignorare le cattive notizie.

Quelle esistono e vanno conosciute.

La sfida è ricordarsi che non sono l’unica cosa che esiste.

Perché un cervello preistorico connesso a una rete globale può facilmente convincersi che il mondo stia andando a rotoli.

Ogni tanto, invece, conviene alzare lo sguardo dallo schermo.

Magari fuori dalla finestra.

Potremmo scoprire che il tramonto è ancora lì.

E che, almeno per oggi, nessuna tigre ci sta inseguendo.

Forse perché, per una volta, i leoni dormono davvero stanotte.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 27

«La realtà ha il brutto vizio di ignorare le tifoserie.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.