
Ieri, mentre mia moglie faceva da autista ufficiale e mi accompagnava al centro commerciale a caccia di una coppia di casse VLC (Very Low Cost) per il PC, è nata una discussione.
Niente di drammatico.
Girando lentamente fra i parcheggi osservavamo le persone e, inevitabilmente, finivamo per commentare.
Del resto era il solito pomeriggio estivo di una località di mare.
Uomini e donne. Shorts, canotte, infradito, cappellini, tatuaggi, camicie di lino e qualche improbabile accostamento cromatico che avrebbe fatto venire il mal di testa anche a un arcobaleno.
Più tardi, in giardino, sorseggiavo una tonica con limone e ghiaccio. Con trentadue gradi e un’umidità che avrebbe messo in difficoltà perfino i pesci rossi dell’acquario, era il minimo sindacale.
E mi è tornata in mente una scena vista decine di volte.
Al ristorante, al tavolo accanto, un signore sulla settantina. Canotta tecnica, pantaloncini, infradito e un’ascella che sembrava aver chiesto il diritto d’asilo al tavolo vicino.
Ho sorriso.
Non per la canotta. E nemmeno per l’ascella.
Perché, all’improvviso, ho avuto la sensazione che la domanda fosse un’altra.
Il cigolio del cancello – dovrò davvero dargli un goccio d’olio – mi ha riportato alla realtà. O forse in uno di quei posti dove la realtà entra in vacanza.
Cicerone si è seduto al tavolino, si è versato un po’ di tonica e mi ha guardato con quell’aria tranquilla che hanno le persone quando sanno già dove andrà a finire la conversazione.
«Allora?» mi ha chiesto.
«Credo di essermi fatto una domanda sbagliata.»
«Succede spesso.»
«Pensavo alle mode e al contesto.»
«Vivo in una località di mare. Sono abituato a vedere di tutto. E ogni estate mi domando se non stiamo esagerando.»
Cicerone sorrise.
«No. Tu ti stai facendo la domanda sbagliata.»
«Davvero?»
«Sì. Tu continui a guardare i vestiti. Io guarderei il luogo.»
«Il luogo?»
«Dimmi una cosa. Andresti in costume da bagno a una discussione di laurea?»
«Naturalmente no.»
«E con il completo scuro e la cravatta faresti il bagno?»
«Nemmeno.»
«Vedi? Il problema non è il costume. E non è la cravatta. Il problema è dimenticare dove ci troviamo.»
«La spiaggia non è un tribunale.
Il tribunale non è la spiaggia.
Un matrimonio non è una palestra.
Una cena elegante non è il garage di casa.
Ogni luogo porta con sé un linguaggio.
Anche il modo di vestirsi è un linguaggio.
Quando smettiamo di riconoscere il luogo, finiamo per parlare tutti la stessa lingua, ovunque. E non sempre è quella giusta.»
Proprio in quel momento, fuori dal cancello, passò una ragazza.
Top bianco, shorts di quelli che oggi sembrano avere più coraggio che stoffa, scarpe da ginnastica e lo sguardo di chi stava semplicemente andando per la sua strada.
La osservai per un istante.
Poi tornai a guardare Cicerone.
«Forse ho capito.»
«Sarebbe già un ottimo risultato.»
«Forse abbiamo scelto l’esempio sbagliato. I vestiti dividono subito. C’è chi difende la libertà di vestirsi come vuole, chi invoca il decoro, chi si indigna, chi si indigna per l’indignazione. E alla fine nessuno parla più della domanda.»
Cicerone sorrise.
«Quale domanda?»
«Questa: sappiamo ancora accorgerci di dove siamo?»
Rimase in silenzio per qualche secondo. Poi prese un sorso di tonica.
«Quando una domanda è più grande dell’esempio che la introduce, conviene cambiare esempio.»
«Perché?»
«Perché le gambe della ragazza attireranno sempre più attenzione della domanda.
E sarebbe un peccato perdere la domanda.»
Regola n. 73
«Se proprio devi perdere tempo, fallo in buona compagnia.»

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