Come ogni generazione si costruisce il suo colpevole perfetto

Il vecchio nerd dialoga con Marco Tullio Cicerone sulla spiaggia di Bordonchio riflettendo su etichette, pregiudizi e responsabilità individuale.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


«Marco Tullio, hai sentito? Vogliono fare una legge anti-maranza.»

Cicerone smette di guardare il mare, si sistema la toga e mi fissa con un’espressione tra l’incredulo e il divertito.

«Interessante. Contro quali reati?»

«No, Marco. Contro i maranza.»

«Che sarebbero?» Domanda/risposta con un mezzo ghigno.

«Cavoli…» Come si spiega una cosa del genere a un magistrato di duemila anni fa?

«Beh, sono ragazzi che vestono tute vistose, spesso abbinate a scarpe firmate, portano il marsupio a tracolla, hanno il taglio di capelli di moda, parlano con uno slang che mescola parole arabe, francesi e inglesi e ostentano sicurezza e atteggiamenti da duri.»

Rimane in silenzio per qualche secondo.

«Riccardo, a Roma avevamo ladri, briganti, truffatori, assassini, congiurati. Ma una legge contro un modo di vestire o di parlare non mi pare di ricordarla.»

Il dialogo è immaginario, naturalmente. Ma il dubbio è reale.

In questi giorni la parola maranza compare ovunque. Sui giornali, nei telegiornali, nei talk show, nelle dichiarazioni dei politici.

A volte sembra quasi che sia diventata la definizione di un reato.

Naturalmente nessuna legge punisce un taglio di capelli o una tuta da ginnastica. Ma quando un’etichetta finisce per sostituire la descrizione dei comportamenti, il rischio di confondere le due cose aumenta.

Eppure un maranza, per definizione, non è un delinquente. È un’etichetta. Un modo di vestirsi, di parlare, di ascoltare musica, di stare in gruppo. Alcuni di quei ragazzi commetteranno reati. Moltissimi altri no. Esattamente come accade in qualunque altro gruppo umano.

Confesso che tutta questa storia mi riporta indietro di più di mezzo secolo.

Ai tempi dei capelloni.

Anche allora bastavano i capelli lunghi perché qualcuno ti considerasse automaticamente un drogato, un sovversivo, un perdigiorno o, nel migliore dei casi, uno da guardare con sospetto.

Io ero uno di loro.

Ma reati non ne ho mai commessi. A parte un eccesso di velocità, quando ancora era un reato. Per fortuna è andato in prescrizione.

Le generazioni cambiano, ma il meccanismo sembra sempre lo stesso. Ogni epoca si costruisce il suo “tipo umano” sul quale scaricare ansie, paure e problemi molto più complessi.

Prima i capelloni.
Poi i punk.
Poi i dark.
Poi i tamarri.

Oggi i maranza.

Domani chissà.

Naturalmente questo non significa negare che esistano fenomeni di violenza giovanile, bullismo o microcriminalità. Sarebbe sciocco farlo.

Quelli ci sono sempre stati. Cambiano i nomi. E cambia il volume del megafono.

Significa solo ricordare una distinzione che il diritto conosce da più di duemila anni: i reati li commettono le persone, non le etichette.

Forse è proprio questo che Marco Tullio Cicerone mi direbbe, prima di tornare a passeggiare sulla spiaggia.

«Una Repubblica saggia punisce i comportamenti. Quando comincia a processare le categorie, deve fare molta attenzione. Perché oggi l’etichetta è quella degli altri. Domani potrebbe essere la tua.»

In fondo, il vecchio capellone di ieri e il presunto maranza di oggi hanno almeno una cosa in comune.

Mentre Marco Tullio riprende la sua passeggiata sulla spiaggia, mi accorgo che non mi ha mai chiesto chi fossero i maranza.

Mi ha chiesto una cosa molto diversa.

«Contro quali reati?»


Le Regole di Speranza-1

Teorema dell'Espansione dei Gruppi WhatsApp

«La lunghezza di una discussione è inversamente proporzionale alla sua importanza pratica.

Corollario: La probabilità che qualcuno scriva "Scusate, ma quindi dove ci troviamo?" tende a 1.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.