…meno etichette, prego!

Sono inciampato, per caso o per mia precisa volontà, nella Piramide delle Età in Italia, elaborata con dati provvisori ISTAT di gennaio 2025.
Quasi un quarto dei residenti in Italia ha più di 64 anni.
E in quel quarto ci sono anche io.
Sono numeri, solo numeri. E i numeri, insegnano gli esperti di statistica e programmazione economica, sono importanti.
Purtroppo i numeri hanno un piccolissimo difetto: quando contano, non considerano mai cosa stanno contando. E non venitemi a raccontare che 100 mele sono la stessa cosa di 100 castagne.
Zero, numero, successore. Se la memoria di un quasi settantatreenne non inganna, dovrebbe essere, più o meno, questa la definizione di una successione di numeri naturali.
Ho semplificato, ovviamente. Perché, nell’infinita saggezza dei matematici di una volta, qualcuno non ha tenuto conto di un problema. Quando parliamo di persone, il, chiamiamolo così, successore non è più quello che era prima.
È cambiato.
Se è un paziente può sentirsi meglio o peggio. Se è un utente può aver modificato i suoi consumi. Se è un cittadino può essere più o meno soddisfatto di chi governa il paese.
Credo che fino a questo momento il discorso stia scivolando nell’ovvio. E me ne accorgo guardandomi. Negli ultimi dodici mesi ho perso, più o meno, una decina di chili. Quanto alla salute, non sto peggio di dodici mesi fa. Ma nemmeno meglio.
Ma qualcosa è cambiato.
Forse se n’è accorta la signora TIM, che ha scoperto che mando due SMS al mese, consumo pochissimi gigabyte di dati e stresso di più la linea internet di casa.
Il mio diabetologo mi ha detto che sono stato bravo. La signora TIM mi propone di comprare nuovi servizi.
Ma restano le etichette: paziente, utente, cittadino.
E le etichette mi danno fastidio. Se me le appiccicano addosso come categoria, riescono a irritarmi più del cartellino del prezzo rimasto attaccato al colletto della maglietta intima. Avete presente?
Perché dietro al numero dei pazienti di diabetologia, dietro al numero degli utenti dei servizi telefonici, ci sono persone. Persone che hanno caratteri diversi, esigenze diverse, vite diverse.
E cosa succede quando altre persone, quelle che normalmente sono dall’altra parte del vetro, devono rivolgersi a un servizio?
Non succede mai? Succede, succede, spesso con risultati imprevisti e imprevedibili. Perché in quel momento moduli, classificazioni e limiti — giusti, per carità — passano in secondo piano e i ruoli si invertono.
Capita che il tuo medico sacramenti davanti allo schermo del PC, che si rifiuta di mostrare la tua cartella clinica. E tu, vecchio nerd dall’occhio lungo, ti accorgi che la connessione di rete è ballerina. Dici: «Permette?», stacchi e riattacchi il cavo di rete e, miracolo, tutto funziona. Poi aggiungi: «Chiami l’assistenza dell’AUSL e faccia cambiare il cavo di rete».
Certo, hai rotto una regola, o meglio una convenzione: quella che imponeva un ruolo. Ma a volte rompere una regola diventa la soluzione ideale.
Non sempre, però, il problema si risolve con un cavo di rete lento, sistemato alla bell’e meglio.
Alcuni ostacoli sembrano difficili da rimuovere anche mettendoci tanta buona volontà. Ritornano numeri, soglie, procedure e regole. Le benedette regole. Che, anche quando le malediciamo, sono forse necessarie. E i numeri possono servire a sintetizzare le informazioni.
Basta tenere a mente che quelle regole sono fatte per delle persone. Persone che, per comodità, rappresentiamo con dei numeri. Solo per comodità.
Possiamo anche tranquillamente continuare a contarci, classificarci, dividerci per età, reddito, condizioni di salute o qualsiasi altro parametro.
Ma quando arriva il momento di decidere come vivere insieme, dovremmo ricordarci che non siamo le caselle in un foglio di calcolo.
Siamo persone.
Persone che, per età, condizione sociale, provenienza geografica o altri accidenti, camminano a velocità diverse.
E una società che vuole davvero andare avanti dovrebbe imparare a farlo senza lasciare indietro nessuno.
Nemmeno uno.

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