…le cabine nella hall?

Nel 2050, se ci arrivo vivo, avrò 96 anni. Non so in che condizioni sarò, ma, se le previsioni sono quelle annunciate, ho già una richiesta precisa da fare al Comune di Bellaria-Igea Marina: un pedalò per disabili. Possibilmente elettrico. A novantasei anni non vorrei essere costretto a pedalare per andare a prendere l’aperitivo a spiaggia. Con posto per la carrozzina e contrassegno disabili, perché va bene l’innalzamento del mare, ma se mi fanno la multa davanti al Polo Est poi mi incazzo.
Questa è stata la mia prima reazione quando ho letto che Rimini, Ravenna, Ancona, Bari e altre città costiere italiane rischiano di scomparire sotto una gigantesca coltre d’acqua. E, guarda caso, fra Rimini e Ravenna c’è proprio Igea Marina. Cicero pro domo sua? Sì, senza remore.
Ma prima di chiudermi in laboratorio a progettare il pedalò elettrico sarà il caso di documentarsi un po’.
Inseguendo informazioni e rimbalzando di sito in sito arriva la prima sorpresa: nel 2050 ci sono buone probabilità di non essere costretti ad andare al bar in pedalò.
Peccato, perché stavo pensando a una rampa per la carrozzina, il motore elettrico (non inquina), un bel pannello solare e, naturalmente, il portabicchiere per lo spritz.
Le mappe che dovrebbero fare tanta paura non dicono infatti che Rimini, Ravenna o Igea Marina saranno permanentemente sommerse dal mare. Parlano di rischio di inondazione costiera, cioè di zone nelle quali, con un livello medio del mare più alto, una mareggiata potrà spingere l’acqua più lontano di quanto faccia oggi.
Non è esattamente la stessa cosa che «scomparire sotto una gigantesca coltre d’acqua».
Diciamo che fra le due affermazioni passa più o meno la stessa differenza che c’è fra avere acqua in cantina e dover vendere casa a un’orata.
Ora, però, devo essere serio. Perché Igea Marina il problema ce l’ha davvero.
La costa è bassa, le mareggiate non sono una novità e la Regione mette proprio Bellaria-Igea Marina fra le zone più delicate della provincia di Rimini: quando il mare decide di venirci a trovare, da queste parti trova pochi gradini da salire.
Se al mare già capace di fare danni aggiungiamo qualche centimetro di livello medio in più, la subsidenza e una mareggiata con i controfiocchi, le cabine forse non arriveranno nella hall, ma potrebbero avere ottime possibilità di avvicinarsi alla reception.
Insomma, non è prevista Atlantide in salsa romagnola. Ma non è neppure il caso di mettersi gli infradito e dichiarare che non sta succedendo niente.
E allora arriviamo alla domanda che conta davvero.
Se il problema esiste, anche senza la gigantesca coltre d’acqua, che facciamo?
Piano A: continuiamo a difendere la costa. Ripascimenti, dune, barriere, argini di sabbia, opere di protezione e tutto quello che serve per convincere l’Adriatico che la spiaggia finisce dove diciamo noi.
Finché funziona. E finché una mareggiata non decide di riportarsi via una parte delle camionate di sabbia che abbiamo scaricato.
Perché c’è anche un Piano B: prendere atto che, se nei prossimi decenni il livello del mare continuerà a salire, in alcuni punti difendere tutto, sempre e a qualsiasi costo potrebbe diventare sempre più difficile. E allora la parola antipatica non sarebbe più “allagamento”.
Sarebbe arretramento.
Non domani mattina. Non significa mettere le rotelle al Becky Bay e trascinarlo verso Bordonchio. Significa però cominciare a chiedersi oggi che cosa vorremo ancora difendere nello stesso posto fra trenta, cinquanta o ottant’anni, e che cosa invece potrebbe essere necessario spostare, trasformare o semplicemente non ricostruire più lì.
Il Piano A dice: teniamo fermo il mare.
Il Piano B dice: forse, qualche volta, dovremo muoverci noi.
Senza il pedalò per disabili.
Regola n. 45
«Quando attraversi il metaverso, fallo a testa alta.»

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