Una volta LinkedIn era un archivio di CV: un luogo grigio, fatto di foto in giacca e cravatta, competenze elencate come la lista della spesa e raccomandazioni reciproche (“Mario è un ottimo collega, puntuale e collaborativo”). Oggi invece è diventato qualcosa di molto più elettrizzante: un talent show permanente, dove ognuno sale sul palco ogni giorno per convincere gli altri di essere insieme umile, geniale e, ovviamente, irripetibile.

Sul feed troviamo sempre i campioni dell’umiltà visionaria. Quelli che iniziano con “non avrei mai pensato, partendo da un piccolo stage sottopagato, che un giorno…” e finiscono col rivelare che oggi guidano team internazionali, raddoppiano fatturati o “ispirano persone in 3 continenti”. L’umiltà, si sa, funziona meglio quando è scritta in stampatello maiuscolo.

Poi ci sono gli immancabili CEO di sé stessi. Magari fatturano meno di un bagnino a Riccione ad aprile, ma il loro profilo recita: Founder – Visionary – Change Maker – Chief Happiness Officer. E quando chiedi di cosa si occupano, ti rispondono con frasi degne di un manuale di auto-aiuto: “aiuto le persone a esprimere il proprio potenziale”. Tradotto: faccio consulenze su Zoom dal salotto di casa.

E come dimenticare i guru della macchinetta del caffè? Ogni bicchiere di plastica incastrato è un’illuminazione:

“Oggi il caffè non è sceso. Ho capito che la vita è come un distributore: a volte paghi, ma non ottieni quello che vuoi. Bisogna perseverare.”
E giù 432 like, 97 commenti, 18 condivisioni. Nessuno osa dire che forse… era solo la macchinetta rotta.

In questo reality senza fine, il lavoro non è più qualcosa da svolgere: è una storia da confezionare, con morale incorporata. Basta trasformare il lunedì mattina in un “mindset di crescita” (tanto nessuno capisce cosa voglia dire)e il traffico in tangenziale in “resilienza urbana” (e già, oggi le città, i borghi e i villaggi generano traumi insormontabili), e il post è pronto per la gloria.

LinkedIn è la più grande palestra di personal branding, dove l’allenamento consiste nel raccontarsi meglio di come si è, fino a credere alla propria sceneggiatura. E se un giorno qualcuno smettesse di recitare? Beh, forse il vero miracolo sarebbe leggere:

“Oggi ho lavorato otto ore, ho risposto a venti mail inutili e sono stanco morto. Buona serata.”
Quel post, sì, diventerebbe virale.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 18

«Le persone sono quasi sempre più complicate delle etichette che gli appiccichiamo.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.