Cronache, idee e dialoghi da un giardino di Bordonchio.

mercoledì 4 Novembre 2026 14:26 06:20 06:50 16:56 17:26 Luna Calante

Qui siamo solo in due

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e le stanze di degenza sono sei.

Un'infermiera visibilmente stanca siede alla postazione di lavoro di un reparto ospedaliero. Alle sue spalle, un pannello con sei indicatori delle stanze di degenza: due sono illuminati, segnalando richieste di assistenza.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale di ChatGPT.


Ormai veleggio verso i 73 anni. E il mare non è sempre una tavola: gli acciacchi sollevano onde, tante, troppe. Niente di che, non mi lamento: riesco, a colpi di pasticche e sciroppi, a vivere una vita serena. Facendo quello che mi piace. O quasi.

Cerco di “stare attento”; certo, tre Negroni in una serata sono solo un ricordo che, in fondo, non rimpiango. Rimpiango di più il pepe e il peperoncino, ma se devo affrontare una notte di tregenda meglio evitare.

Ma una cosa mi spaventa. Un ricovero per check-up completo.

Non per gli esami, i prelievi, le radiografie, eccetera. Figuratevi, mi hanno fatto tanti di quei prelievi e di quegli esami, più o meno invasivi, da riempire, con i referti, tre faldoni. Due o tre notti in un letto che non è il mio non sarebbero nemmeno un problema.

Il problema, la mia paura vera, ha un nome e cognome: assistenza.

E non perché non mi fidi del personale. Conosco tanti, tantissimi infermieri professionisti, conosco personalmente OSS e portantini dell’ospedale. Mi sono simpatici, li stimo. A un’infermiera chiesi un giorno: «Ma chi te lo fa fare? Certo non lo stipendio». Mi sorrise.

Anche i medici, con buona pace di un paio, godono della mia stima. Sono professionisti che si sono spaccati la schiena sui libri per tanti anni. E che spesso prima di guardare la malattia guardano l’ammalato.

Quello che mi spaventa è l’organizzazione.

Un giorno un medico che oggi non c’è più mi disse: «Vedi, Riccà, da quella porta può entrare un paziente che non ha nulla ma che ha bisogno di parlare, uno che è grave. Ma può anche entrare un rappresentante che ti propone il medicinale “miracoloso”, o il collega che ha bisogno di un consiglio. E devi scegliere, ti devi organizzare».

Oggi un medico di medicina generale, il medico di base — una volta si parlava di medico condotto — ha un limite al numero di assistiti. Anche i posti letto nelle stanze di degenza sono soggetti a requisiti e limiti. Ci sono regole, numeri, parametri.

Pazienti… un termine che francamente non mi piace. Sarà perché io, se sto male, la pazienza non so dove stia di casa. E allora la domanda che mi pongo, che vorrei porre a chi di dovere (ma chi?), è semplice: che differenza passa fra un paziente e un ammalato?

Secondo me un paziente è un cittadino che occupa una sedia in un ambulatorio o un posto letto in una struttura ospedaliera. L’ammalato è quello che si alza a fatica da quella sedia e che, per alzarsi dal letto, deve essere aiutato. Il paziente entra nelle statistiche. L’ammalato suona il campanello per chiedere aiuto. Se ha il coraggio di farlo. Se non ha paura di disturbare.

Già, perché in quel reparto, nel turno di cui parlo, ci sono due infermieri e un OSS. Le cose da fare sono tante: prelievi, terapie, cartelle cliniche, scartoffie varie. E in un turno di otto ore, forse, ci starebbe bene anche un caffè. L’organizzazione di tutto questo non spetta all’ammalato, non spetta ai suoi familiari. E non può essere lasciata soltanto sulle spalle dei medici del reparto o degli infermieri.

Allora a chi spetta?

Magari spetterebbe alla Repubblica, quella «costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato», quella cui spetta rimuovere gli ostacoli «di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Mi sbaglio a prendere pezzi della Costituzione e metterli in fila per descrivere la situazione di un ammalato invalido al 100% che sceglie di non disturbare gli infermieri per andare in bagno, perché ha sentito dire: «Qui siamo solo in due»?

Non lo so.

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