…mancano gli schieramenti, ma che fa?

Se dobbiamo dare credito alle notizie dei telegiornali e ai titoli dei quotidiani, siamo entrati in guerra. Una guerra strana, però. La chiamano “Guerra Ibrida”.
Ora credo che tutti conosciamo il significato della parola Guerra, anche se un’occhiatina ai vocabolari e ancor più ai libri di storia male non farebbe. E, più o meno tutti, abbiamo sentito il termine Ibrido, derivato dal latino hybrida che indicava un essere di origine mista. Il mulo, per esempio, è un ibrido da sempre e molte delle cose che portiamo in tavola ogni giorno sono dei vegetali ibridi. Poi oggi siamo bombardati dalla pubblicità di automobili ibride, sentiamo parlare di sistemi ibridi, addirittura di lavoro ibrido.
Senza entrare nei dettagli e senza mettere su un talk show con la regola “io urlo più forte, quindi ho ragione”, vorrei provare a capire cos’è questa maledetta guerra ibrida.
Dal mio punto di vista, e sottolineo che è solo il mio punto di vista, una guerra ibrida dovrebbe essere una strategia che, mischiando operazioni militari, attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche, sabotaggi e operazioni clandestine cerca di fiaccare la resistenza dello schieramento avversario.
Quindi il buon Ulisse dell’Odissea con il suo cavallo di Troia aveva usato alcuni strumenti di guerra ibrida per conquistare la città degli odiati avversari. In fondo, il cavallo di legno mascherato come offerta agli dei era uno strumento di disinformazione con una limitata azione militare e clandestina.
Tre su cinque vi bastano? E se non vi bastano, vi dico anche che quella volta c’erano due schieramenti abbastanza definiti. Greci e Troiani, che se le davano di santa ragione per una questione, scusate la semplificazione, di corna. Questo è un fatto, almeno come ce lo raccontano Omero e Virgilio.
E ora veniamo alla nostra guerra ibrida attuale, quella che rischia di diventare una specie di tormentone. Partiamo dall’ultima azione di questa offensiva, ultima almeno fino a ieri sera: “Guerra ibrida, cyberattacco al tunnel del Brennero, colpita società che gestisce il progetto: accesso ai dati, indagini in corso”.
Per capire cosa sia successo in realtà, cerchiamo di usare un metodo pseudoscientifico stabilendo cosa sia stato già accertato (elementi verificati che dimostrino il fatto), che cosa sia stato presunto (eventuali ipotesi o attribuzioni tutte da dimostrare), che cosa sia oggetto di indagine da parte delle autorità (ricostruire i fatti, scoprire gli autori e stabilire eventuali responsabilità) e, infine, le attribuzioni.
Forse nel nostro caso sono proprio le attribuzioni la buccia di banana sulla quale la nostra maledetta guerra ibrida potrebbe scivolare. Perché è vero, secondo quanto riportato dai diretti interessati, che presso la società BBT SE, impegnata nella realizzazione del tunnel del Brennero, c’è stato un attacco informatico con sottrazione di dati; ma, essendo le indagini ancora aperte, almeno secondo le ultime notizie di ieri sera, non è stato accertato il coinvolgimento di nessuno Stato ostile e neppure che l’obiettivo finale sia di tipo militare. Ci sono dei sospetti sul gruppo Everest, ancora sotto indagine. E poi, se fossero stati proprio i cybercriminali del gruppo Everest – scusate, qui non mi basta sapere se lo abbiano rivendicato o no – chi mi dice che lo abbiano fatto nel quadro di un’operazione militare per conto della Russia? Magari stamattina negli uffici della BBT SE arriva una mail che chiede un riscatto milionario per evitare che i dati (sensibili o no?) sottratti finiscano sul dark web.
Con tutto il rispetto per Sergio Leone e l’amore per i suoi capolavori cinematografici, mi verrebbe da dire “Per un pugno di click” e, seguendo il filone della trilogia “Per qualche punto di share di più”. Lascio fuori, per ora, “Il buono, il brutto e il cattivo”, ma non disperate.
Non sto dicendo che certi titoli vengano creati apposta per beccare un lettore in più, che certe aperture dei TG siano precostruite per tenere le persone incollate allo schermo. Ci sono le linee editoriali delle testate e quelle vanno rispettate anche se non le condividiamo nemmeno un poco. Si chiama “libertà di stampa” e quella non si tocca.
Ma quando nello stesso servizio si parla di attacchi informatici, di scorte di surgelati finite nella spazzatura, di droni e di violazione della privacy delle persone, famose o no, inizio a sentire un fastidioso odore di brutto e cattivo.
E, a proposito di guerra ibrida, una domanda balza fuori dal libro di latino:
Cui Prodest?

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