
C’è un momento nella vita in cui capisci che l’intelligenza artificiale non è poi così intelligente.
Succede, per esempio, quando scrivi una mail di fuoco al servizio clienti – “Buongiorno, sono tre mesi che aspetto un rimborso” – e lei ti suggerisce: “Vuoi aggiungere una ricetta per muffin al cioccolato?”
O quando le chiedi di tradurre un testo e ti restituisce una versione in cui “Gentili signori” diventa “Carissimi fornai”.
Eppure lei ci prova. Sempre. È il collega troppo solerte, quello che ti anticipa le frasi, ti corregge gli errori, ti completa i pensieri – sbagliando sistematicamente direzione, tono e contesto.
Ti senti un po’ osservato, un po’ assistito, un po’ tradito.
Come se la tua mente avesse improvvisamente preso la forma di un correttore automatico.
Ma il meglio arriva con le immagini.
Mostri all’AI la foto del tuo cane e lei, con aria solenne, dichiara: “Tostapane rilevato.”
Un attimo di smarrimento, poi ti chiedi: il problema è suo o mio?
Perché in fondo, dopo otto ore davanti al computer, anche tu inizi a vedere cose strane: il mouse ti pare un criceto, la tastiera un pianoforte, e la tua pazienza una specie in via d’estinzione.
Naturalmente, dietro l’ironia si nasconde il grande paradosso del secolo: più cresce l’intelligenza artificiale, più sembra diminuire quella naturale.
Abbiamo algoritmi che scrivono romanzi, ma esseri umani che non leggono nemmeno i titoli.
Assistenti virtuali che filosofeggiano, e utenti reali che credono che “Socrate” sia un brand di sneakers.
Chatbot che imparano dai nostri errori, e persone che li ripetono con entusiasmo, come fossero un esercizio di stile.
Il problema, forse, non è l’intelligenza artificiale, ma l’ignoranza autentica.
Quella di chi non distingue un’informazione da un’opinione, un fatto da un “l’ho letto su Facebook”.
L’AI sbaglia perché impara da noi, e noi siamo ottimi maestri… di confusione.
Le diamo in pasto tutto: bufale, frasi fatte, complotti, citazioni di Einstein che Einstein non ha mai detto.
E poi ci stupiamo se un giorno ci risponde: “Hai ragione, la Terra è piatta ma solo di lunedì.”
Il risultato è un circolo vizioso di finta sapienza, dove nessuno capisce più chi sta imparando da chi.
L’AI copia noi, noi copiamo lei, e nel mezzo ci scambiamo like, emoji e sospiri digitali.
È un lento addestramento reciproco verso la mediocrità perfetta: macchine sempre più umane, umani sempre più automatizzati.
E qui arriviamo alla parte “seria” – o meglio, quella che finge di esserlo.
C’è chi teme che l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro, la creatività, la voce.
Io temo di più che ci rubi la consapevolezza di essere… scemi.
Perché finché l’errore era nostro, almeno sapevamo di averlo fatto. Ora possiamo sempre dare la colpa all’algoritmo.
Così un giorno, quando tutto sarà automatizzato – le scelte, i gusti, le opinioni, persino i sentimenti – ci sveglieremo convinti di vivere in un mondo perfettamente intelligente.
Solo che nessuno saprà più perché.
E quando il tostapane inizierà a darci lezioni di filosofia, sarà già troppo tardi: lui saprà di essere una macchina.
Noi, non più.
Regola n. 72
«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»
