
C’è una frase che negli ultimi tempi mi sono ritrovato a ripetere spesso:
Mi interessa più capire che avere ragione.
Ogni volta che la pronuncio, mi aspetto che qualcuno mi consigli uno specialista.
Perché il mondo contemporaneo sembra organizzato attorno al principio opposto.
Non dobbiamo capire.
Dobbiamo avere ragione.
Avere ragione sui social.
Avere ragione in televisione.
Avere ragione al bar.
Avere ragione in famiglia.
Avere ragione prima ancora di sapere di cosa stiamo parlando.
La discussione pubblica è diventata una gigantesca competizione sportiva nella quale il vincitore non è chi comprende meglio un problema, ma chi riesce a dichiarare la propria vittoria con maggiore convinzione.
I fatti arrivano dopo.
Se e quando arrivano.
Una volta il dubbio era considerato l’inizio della conoscenza.
Oggi viene percepito come un difetto di fabbricazione.
Se dici “non lo so” sembri debole.
Se dici “potrei sbagliarmi” sembri insicuro.
Se dici “vorrei capire meglio” vieni immediatamente sospettato di simpatie per il nemico.
Qualunque sia il nemico del momento.
È un meccanismo meravigliosamente efficiente.
Se il tuo obiettivo è impedire alle persone di pensare.
Prendete qualsiasi argomento: guerre, immigrazione, clima, intelligenza artificiale, vaccini, religione, Europa, patriarcato, capitalismo, Papa, antipapa, sotto-papa e anche la corretta ricetta della carbonara.
Nel giro di pochi minuti si formano due schieramenti.
Entrambi convinti di possedere la verità.
Entrambi scandalizzati dall’esistenza dell’altro.
Entrambi pronti a interpretare qualsiasi nuova informazione come prova definitiva delle proprie convinzioni.
A quel punto il dibattito è concluso.
Non perché sia stata trovata una risposta.
Ma perché nessuno sta più cercandola. Tutti cercano di avere la vittoria.
La cosa curiosa è che internet era nato con una promessa quasi opposta.
Accesso universale alle informazioni.
Conoscenza condivisa.
Confronto tra idee diverse.
Poi abbiamo scoperto che usare una rete globale per approfondire questioni complesse richiede fatica.
Molta meno fatica, invece, consiste nel trovare qualcuno che la pensa già come noi e trascorrere il resto della giornata a scambiarci pacche sulle spalle.
Gli algoritmi hanno semplicemente preso atto della situazione.
Gli algoritmi non sono il problema.
Sono il nostro ritratto che ha imparato a fatturare.
Il risultato è che oggi il mercato delle opinioni assomiglia a una gigantesca fabbrica di certezze istantanee.
Ogni giorno vengono distribuite convinzioni nuove di zecca, accuratamente confezionate per consentire a chiunque di sentirsi moralmente, politicamente e intellettualmente superiore a qualcun altro.
La comprensione, invece, continua a essere un prodotto artigianale.
Lenta.
Costosa.
Piena di sfumature.
Soprattutto incompatibile con gli slogan.
Capire significa accettare che la realtà possa essere più complicata delle nostre idee.
Avere ragione significa pretendere il contrario.
Per questo motivo il desiderio di capire gode di pessima salute commerciale.
Non fidelizza.
Non polarizza.
Non genera tifoserie.
Dal punto di vista del marketing è una catastrofe.
Ma forse è anche l’unico modo che abbiamo per evitare di trasformare ogni conversazione in una guerra e ogni dubbio in un tradimento.
Perché la verità più scomoda di tutte è che avere ragione è piacevole.
Capire è faticoso.
Avere ragione regala applausi.
Capire produce soprattutto altre domande.
Ed è probabilmente per questo che il mercato è pieno di persone disposte a venderti certezze e quasi nessuno disposto a venderti dubbi.
I dubbi non fidelizzano il cliente.
Regola n. 42
«Prima di indignarti, verifica che il titolo e l'articolo parlino della stessa cosa.»

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