… ci sono abusivi?

Giardino sotto la pioggia con il cancello aperto e due cartelli sul prato: “Affittasi” e “Vendesi”.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale di OpenAI


«Possibile che non ci sia un sistema per impedire a chiunque di spacciarsi telematicamente per qualunque cosa?» Domanda legittima di uno dei miei quattro lettori.

La risposta potrebbe essere banale “controlla dove ti portano i collegamenti” però …

In informatica c’è sempre un però che guasta le feste.

E vogliate o no, il web, la posta elettronica, i social sono informatica.

Vi arriva una mail firmata pincopallino@softhill.emr.it (non usatelo, non dovrebbe esistere) e voi siete sicuri del mittente.

Avete fatto le vostre brave ricerche e avete scoperto che il dominio softhill.emr.it esiste dal primo marzo del 2010 e lo ha registrato una persona che conoscete bene.

E proprio quando tutti correvano a registrarsi su quello che sarebbe diventato il social network per antonomasia.

Tutti cercavano una camera d’albergo e io mi sono costruito una casa tutta mia.

Oggi ne sono fiero e sorrido ironicamente a tutti quelli che, in sedici anni e mezzo, mi hanno detto che prima i social e poi l’intelligenza artificiale avrebbero ucciso, rendendoli inutili, i nomi a dominio.

Ma, in fondo, se il famigerato pincopallino@softhill.emr.it vi invita a registrarvi in una sua pagina promettendovi in regalo una penna a 4 colori con tapper per lo smartphone, siete sicuri che l’abbia spedita io?

State tranquilli: è un falso. Io se becco una penna così altro che regalarla. Me la tengo stretta!

Perché oggi la questione non è avere una casa informatica propria.

Oggi, con gli smartphone che hanno quasi sostituito gli enormi e fastidiosi PC, con le applicazioni che usiamo per sapere che tempo farà, cosa ha appena pubblicato lo sconosciuto di turno o per condividere la carinissima gif animata Buongiornissimo caffè, e con l’onnipresente AI che usiamo per le ricerche sul web, diventa importante capire la differenza fra identità, autenticazione e autorizzazione.

E la domanda iniziale cambia peso.

Ma il commento «Il controllo è sempre stato il mezzo per acquisire e conservare il potere. Come fare per restare nascosti se sei obbligato a scoprire tutto di te? Se senza il maledetto telefono non puoi più fare nulla? Una volta ho temuto di averlo perso. Spesso spero di perderlo. Vorrei non averne bisogno.» diventa come i peperoni imbottiti a cena.

Perché rimanere nascosti non significa necessariamente avere qualcosa da nascondere. A volte, banalmente, significa non avere voglia di cercare gratificazioni e consensi. Significa, magari, «… e lasciatemi in pace, cazzo!»

In fondo il problema non è di farsi o non farsi la casa informatica.

Non è decidere di vivere in un albergo informatico o in un condominio.

Il problema vero è la responsabilità. Quando scriviamo qualcosa su uno strumento informatico dobbiamo essere consapevoli che in una frazione di secondo quella cosa potrebbe essere letta dall’universo-mondo.

Finché sei un blogger che fa filosofia da quattro soldi come me e hai meno di cento follower hai l’obbligo di dire a chi fornisci alcuni dati dei tuoi visitatori.

Ma se sei una banca, diamine, hai l’obbligo di controllare bene a chi fornisci informazioni.

Se sei un’istituzione hai l’obbligo di verificare periodicamente che nessuno parli in pubblico dalla tua finestra.

E se sei un politico non puoi affidare a un agente AI il compito di commentare qualsiasi notizia.

L’indirizzo ti dice dove abito. Non ti dice chi ha in mano le chiavi.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 72

«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.