Ai miei tempi, per cercare qualcosa dovevamo alzare il sedere e guardare nei cassetti, non su Google.
E non era un modo di dire: se perdevo una penna, un quaderno o la ricetta della crostata, cominciava una spedizione esplorativa degna di un documentario National Geographic.
C’era sempre un momento di silenzio in casa, quello in cui tutti si fermavano e fissavano il vuoto, cercando di ricordare dove avevano visto l’oggetto misterioso l’ultima volta. Poi partiva l’operazione: armadi spalancati, cassetti rovesciati, e alla fine l’inevitabile “Ah! Ecco dov’era… ma chi ce l’ha messo qui?”.
Oggi invece, se la connessione Wi-Fi si interrompe, vedo gente che resta immobile davanti allo schermo, con lo stesso sguardo smarrito di un criceto che ha visto sparire la ruota.
Il mio “metodo d’epoca” era collaudato e infallibile:

  1. Indagine sul campo – Si cominciava chiedendo a voce: “Qualcuno ha visto…?”
    E non era una domanda retorica: la risposta arrivava da una voce che gridava da un’altra stanza o da dietro una porta semiaperta.
  2. Perlustrazione fisica – Si aprivano cassetti e armadi come fossero forzieri del tesoro. Niente “barra di ricerca”: le mani erano la barra di ricerca.
  3. Risultato imprevisto – Quasi mai trovavi subito quello che cercavi. Ma scoprivi altre reliquie: un biglietto del concerto del ’78, due bottoni “che potrebbero servire”, una moneta fuori corso, una cartolina mai spedita.
    E ovviamente un gettone telefonico, che diventava subito portafortuna (o finiva nel salvadanaio).

E quando finalmente trovavi l’oggetto, non mancava la frase rituale: “Ecco dov’era! Proprio nell’ultimo posto dove ho guardato”. Come se fosse possibile trovarlo nel penultimo.

Oggi il 90% delle ricerche parte con “Come si fa a…” su Google.
E non parlo di informazioni vitali: parlo di cose come “Come si cuoce un uovo sodo” o “Come togliere il tappo di una bottiglia”.
Il bello è che non ci basta la risposta scritta: ci vogliono 43 video tutorial, meglio se con musica di sottofondo e un gatto che passa davanti alla telecamera.
La tecnologia è una meraviglia, intendiamoci. Ma ha un effetto collaterale: non sappiamo più cercare le cose nel mondo reale.
E se Google restituisce una risposta sbagliata… spesso preferiamo fidarci di quella piuttosto che fare due passi per verificare.
La tragedia vera si consuma quando il router decide di prendersi un’ora d’aria.
Già, perchè senza Wi-Fi:

  • Non trovi più la ricetta dei biscotti (anche se l’hai cucinata ogni Natale per 20 anni).
  • Non ricordi il numero di telefono di tua madre.
  • Ti chiedi se fuori piove… e invece di guardare dalla finestra, continui a controllare l’app del meteo che ovviamente non carica.

E lì, di colpo, ti accorgi che sei circondato da oggetti concreti che potrebbero contenere la risposta: un’agenda, un libro, un vicino di casa. Ma sono strumenti che abbiamo quasi dimenticato di saper usare.

Ricordo un pomeriggio di molti anni fa, quando un amico mi chiese: “Sai per caso dove si trova via Garibaldi?”.
Non c’era Google Maps, e neppure il GPS. C’era però il tabaccaio sotto casa, che in tre secondi ci fece una mappa a penna su un pezzo di carta da imballo.
Oggi, per la stessa domanda, qualcuno aprirebbe l’app, attiverebbe il navigatore vocale e… partirebbe nella direzione sbagliata perché il telefono non ha ancora preso il segnale.
Forse, senza saperlo, vivevamo meglio. Cercare fisicamente le cose significava muoversi, scoprire, interagire con altri esseri umani.
La tecnologia ci ha reso più veloci, certo, ma anche più statici e un po’ più pigri.
E chissà, magari fra qualche anno, per ritrovare noi stessi, dovremo davvero alzarci… e cercare nei cassetti.

Non tutto si trova su Google. Alcune cose sono nei cassetti… e altre solo nella nostra memoria.