
(ovvero: cose che sappiamo già e continueremo a non fare)
Inizia il nuovo anno e, come ogni anno, promettiamo di diventare persone migliori.
Ogni anno lo facciamo usando dispositivi che non sappiamo usare. Il computer ci guarda lento, pieno di file inutili e colpe non elaborate. Lo smartphone vibra come un rimprovero tascabile.
E noi rispondiamo sempre allo stesso modo: “Sì sì, dopo”.
Prima di tutto nel 2026 faremo i backup. Lo diciamo dal 2011, ma stavolta lo sentiamo davvero. Almeno finché un hard disk non morirà improvvisamente, ricordandoci che la memoria digitale è fedele solo finché respira.
E, senza remore e ripensamenti, nel 2026 useremo password sicure. Ci convertiremo a quelle complesse, indecifrabili, impossibili da ricordare. E continueremo a reimpostarle ogni tre giorni, insultando il sistema e noi stessi.
Finalmente nel 2026 faremo ordine. Non nella vita – troppo ambizioso – ma almeno nelle cartelle. Anche se “Nuova cartella (12)” resta il luogo più onesto dove conserviamo i nostri fallimenti creativi.
Nel 2026 aggiorneremo tutto subito. Perché abbiamo finalmente capito che rimandare gli aggiornamenti è come ignorare il dentista: non evita il dolore, lo rende solo più costoso.
Promettiamo che nel 2026 non cliccheremo link sospetti. Anche se ci chiameranno “Gentile utente” e ci minacceranno con l’apocalisse digitale entro mezz’ora. Perché la paura resta il malware più efficace.
Nel 2026 leggeremo le condizioni d’uso e le cookie policy di tutti i siti. No, questo no. Continueremo a vendere l’anima in blocco, con un click rapido, sperando che nessuno se ne accorga.
Nel 2026 useremo l’intelligenza artificiale con criterio. Come una calcolatrice evoluta, non come una moglie (o marito)-amante spirituale. Anche se la tentazione di farle scrivere al posto nostro – e poi darle la colpa – sarà fortissima.
Nel 2026 risponderemo alle email. Non solo inoltrandole. Non solo mettendo in copia gente a casaccio. Ma scrivendo frasi complete, con un inizio e una fine. E con saluti e firma. Rivoluzionario.
Nel 2026 spegneremo ogni tanto. Il telefono, il computer, l’idea che senza notifiche non esistiamo.
Scoprendo, con un certo fastidio, che il silenzio non è un bug.
Nel 2026 accetteremo che qualcosa andrà perso. Una foto, un messaggio, un file. Perché nemmeno il cloud è eterno, e la memoria – digitale o umana – seleziona sempre senza chiedere il permesso.
Il computer rallenta.
Il telefono vibra.
E noi, come sempre, promettiamo che dal prossimo anno sarà diverso.
E forse il vero buon proposito non è migliorare il rapporto con la tecnologia, ma smettere di usarla per nascondere il disordine che abbiamo dentro.
Alla fine non è questione di computer, password o cloud. È che abbiamo delegato la memoria alle macchine e la presenza alle notifiche.
Poi ci stupiamo se ci sentiamo spesso offline, anche quando il segnale è perfetto.