
(manuale minimo di autodifesa dall’umanità connessa)
C’era una volta il galateo: roba da tovaglie stirate e posate allineate come plotoni. Sì, quello che imponeva di stare a tavola con i gomiti stretti al busto e non parlare mentre si masticava. Una mezza tortura per ragazzi e adolescenti.
Oggi il campo di battaglia è lo smartphone, e le armi sono invisibili: notifiche, vocali, gruppi. Non fanno rumore — finché non lo fanno. E quando lo fanno, lo fanno alle 7:03 del mattino, con un “buongiornissimo” che sembra un attentato estetico.
Partiamo dal grande classico: il vocale.
Il vocale breve è un servizio pubblico. Il vocale lungo è un sequestro di persona. Non c’è una via di mezzo: c’è un timer che sale e una dignità che scende. In teoria “è più comodo”, in pratica è una delega: io parlo, tu ti arrangi a trovare tempo, silenzio e pazienza.
Se sei in una riunione, sei fregato: resti col dubbio.
Se stai guidando, o rischi una multa o resti in ansia fino alla prossima area di servizio (che di solito è a 40 km).
Nei gruppi, poi, il vocale è l’equivalente di prendere il microfono a un matrimonio e raccontare la propria infanzia. Emozionante per chi parla, impegnativo per chi subisce.
Segue la nobile arte del messaggio spezzatino,specie se applicata ai gruppi:
“Ciao” (pausa)
“come state?” (pausa)
“vi scrivo” (pausa)
“per dirvi” (pausa)
“una cosa”. Quattro notifiche per un contenuto che stava in una riga. È minimalismo applicato al disturbo. E alla pazienza altrui.
Capitolo gruppi: la creazione è un atto divino, l’aggiunta è un atto politico. Inserire qualcuno senza chiedere è come trascinarlo a una cena dove non conosce nessuno e poi lasciarlo accanto a uno zio complottista. “Tanto puoi silenziare”, dicono. Certo: come dire a uno che puoi sempre tapparsi le orecchie mentre gli urlano contro. Il punto non è la soluzione tecnica, è l’invito non richiesto.
Poi ci sono i messaggi a cascata: qualcuno scrive qualcosa di utile, e sotto si sviluppa una slavina di “ok”, “perfetto”, “grazie”, “👍”, “👍👍”, “👏”. La montagna partorisce un’eco spesso inutile. Se proprio dobbiamo essere sintetici, inventiamo un principio rivoluzionario: rispondere solo quando si aggiunge qualcosa. Lo so, sembra eresia.
Non possiamo ignorare il forward compulsivo: catene di Sant’Antonio versione 5G, video “devi vederlo” (ovviamente non devi), allarmi “URGENTE!!!” che urgenti non sono mai, e soprattutto le grafiche con font discutibili che promettono verità definitive sulla vita, l’universo e il gruppo condominiale. La condivisione è un atto nobile; lo spam è un atto di fede mal riposta.
Il problema non è la tecnologia. Le app fanno esattamente quello per cui sono state progettate: connettere. Il problema è l’illusione che la connessione autorizzi l’invasione.
Serve un galateo minimo (una volta si chiamava netiquette), più vicino all’igiene che all’etichetta.
Una roba semplice: non rubare tempo quando bastano due righe, non sparare notifiche a raffica come se fossero coriandoli, non trascinare gente nei gruppi come invitati a sorpresa, non inoltrare qualsiasi cosa solo perché esiste un tasto per farlo, e soprattutto non usare le spunte blu come fossero un’aula di tribunale.
Non è difficile. È solo che non lo facciamo.
La verità, un po’ scomoda, è che il galateo della rete si impara a forza di piccoli fastidi reciproci. È un ecosistema: o lo rispettiamo, o diventa una palude di notifiche dove anche il messaggio giusto affonda.
E qui la chiusura, senza zucchero: non è la rete a essere maleducata. Siamo noi, quando ci dimentichiamo che dall’altra parte non c’è un display, ma qualcuno con una giornata in corso.
Il “tanto è solo un messaggio” è la scusa perfetta per fare in digitale quello che dal vivo ci costerebbe almeno un po’ di imbarazzo. Qui no. Qui basta inviare.
Se il progresso è avere tutto e tutti a portata di pollice, il vero salto evolutivo sarà usarlo come se dall’altra parte ci fosse qualcuno che può alzarsi e andarsene. Perché può farlo davvero. Si chiama silenziare, archiviare, uscire.
E, a volte, è l’unica forma rimasta di buona educazione.
E anche la più efficace.
Regola n. 33
«Un algoritmo non è un oracolo. È una calcolatrice con un buon ufficio marketing.»
