Appunti minimi sull’obsolescenza programmata e le nostre abitudini

C’è un momento preciso in cui smetti di credere alle coincidenze e inizi a guardare gli elettrodomestici con sospetto. Per me è stato il giorno in cui il frigorifero — cinque anni di garanzia, nemmeno un’ora in più — ha deciso di andarsene. Non durante, non prima, ma due giorni dopo la scadenza. Un tempismo così perfetto da sembrare quasi educato: “Ragazzi, io ho fatto il mio, ora arrangiatevi”.

Il tecnico, arrivato con solerzia dopo una settimana, ha alzato le spalle e sentenziato: “Succede”. Con la calma da chi ne ha viste troppe.
Ecco, già lì capisci che quel “succede” non è una fatalità. È quasi una categoria dello spirito.

Benvenuti nel territorio scivoloso dell’obsolescenza programmata. O presunta tale. Perché la verità — e qui conviene dirlo subito — è meno cinematografica di quanto immaginiamo. Non esiste sempre quell’ingegnere malvagio che inserisce un timer segreto dentro il circuito per farlo saltare allo scadere della garanzia. Spesso ci sono limiti reali: componenti che si usurano, software che evolve più velocemente dell’hardware, standard tecnologici che cambiano e rendono vecchio ciò che ieri era perfettamente funzionante.

Eppure.

Eppure resta quella sensazione ostinata che qualcosa non torni. Perché se è vero che la tecnologia invecchia, è altrettanto vero che sempre più spesso non è fatta per invecchiare bene. Dispositivi sigillati, batterie incollate, viti proprietarie, aggiornamenti che rallentano più di quanto migliorino. Non è solo progresso: è un modo preciso di pensare il consumo.

E qui il compianto frigorifero diventa un simbolo. Non è solo un elettrodomestico rotto: è una piccola crepa nella fiducia di noi consumatori. Perché ci rendiamo conto che non siamo semplicemente utenti, ma ingranaggi di un meccanismo che ha bisogno di essere alimentato continuamente. Comprare, sostituire, aggiornare, smaltire. Ripetere.

In questo senso, i due “capitoli” precedenti della nostra piccola trilogia tornano a bussare. Il riuso creativo — quell’arte un po’ anarchica di dare nuova vita agli oggetti — smette di essere un hobby per nostalgici e diventa una forma di resistenza gentile. Non cambierà il mondo, certo, ma cambia il nostro modo di stare dentro il mondo.

E poi c’è la tecnologia che evolve, come nel caso della porta USB-C: uno standard unico, più efficiente, più universale. O quasi. Una conquista? Sicuramente. Ma anche qui si nasconde un’ambiguità: ogni transizione, anche la più razionale, genera una scia di oggetti improvvisamente “vecchi”. E il confine tra innovazione e accelerazione del consumo si fa sottile.

Allora la domanda non è più se l’obsolescenza programmata esista sempre o no. La domanda è un’altra: quanto siamo disposti a farci guidare da questo ritmo?

Perché, alla fine, non siamo solo vittime.
Siamo anche complici.
Inattivi, passivi, ma comunque complici.

Accettiamo, spesso senza pensarci, che le cose abbiano una vita breve. Ci abituiamo all’idea che riparare sia più complicato che sostituire. Che il nuovo sia automaticamente migliore.

Forse non possiamo fermare il sistema. Ma possiamo smettere di subirlo passivamente. Possiamo allungare la vita delle cose, pretendere prodotti più riparabili, scegliere — quando possibile — di non cedere subito alla tentazione del nuovo.

Il frigorifero, intanto, non è più tra noi. Ma ha lasciato una lezione piuttosto fredda e molto chiara: a volte non è l’oggetto che smette di funzionare.

E quando le cose smettono di funzionare, non è un incidente.

Siamo noi che abbiamo imparato a considerarlo normale.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 45

«Quando attraversi il metaverso, fallo a testa alta.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.