
C’è un posto, in ogni casa, che somiglia più a un archivio archeologico che a un cassetto.
Lo apri e trovi stratificazioni di civiltà: cavi arrotolati su se stessi come serpenti addormentati, caricabatterie di telefoni che non esistono più, adattatori di cui nessuno ricorda la funzione ma che “non si sa mai”. È il punto in cui la tecnologia, invece di andare avanti, si deposita.
Ogni tanto provi a fare ordine. Prendi in mano un alimentatore e ti chiedi: ma questo cosa caricava?
La risposta, invariabilmente, è: qualcosa di importante, anni fa.
In questi giorni sto provando a fare ordine nel mio pseudo-laboratorio. “Pseudo” per semplificare: un informatico di vecchia scuola sarebbe felice di ficcanasare qui dentro come un archeologo a Ercolano.
Ho ritrovato il vecchio IBM PS/2 che sembra guardarmi con la dignità di chi ha visto nascere tutto questo caos. Il mio mitico Nokia 3310, qualche tablet che si ostina a non aggiornarsi più (ma io, ogni tanto, ci provo). Intorno, una fauna di alimentatori che non riconosco più: ognuno con la sua forma, il suo attacco, la sua piccola pretesa di unicità. Alcuni pesano come mattoni, altri sono così specifici da sembrare progettati apposta per essere inutilizzabili con qualsiasi altra cosa.
E mentre sono lì, immerso in questa preistoria tecnologica, arriva l’Europa — con la Direttiva UE 2022/2380 — e decide che no, così non va più bene. Che forse è il caso di smettere di produrre cavi come se fossero specie in via di differenziazione evolutiva. Che un caricatore, in fondo, potrebbe anche essere universale.
E così, mentre io continuo a non buttare via nulla “perché potrebbe servire”, qualcuno ha stabilito che da oggi i nuovi notebook parleranno tutti la stessa lingua: USB-C. Una piccola Babele al contrario, dove finalmente ci si capisce.
Solo che ogni semplificazione moderna porta con sé una piega interessante.
Perché insieme allo standard universale arriva anche un’altra novità: il caricatore potrebbe non esserci più nella scatola. E, conoscendo logistica e margini dei produttori, è difficile immaginare confezioni diverse “con” e “senza” alimentatore.
Che è un po’ come dire: abbiamo finalmente deciso che tutte le porte sono uguali… ma la chiave, quella, arrangiati.
L’argomento ufficiale è impeccabile — verrebbe da dire nobile: meno sprechi, meno rifiuti elettronici, meno duplicazioni inutili. Ed è difficile dargli torto, soprattutto quando hai davanti agli occhi un mucchio di alimentatori che sembrano sopravvissuti a più ere geologiche che aggiornamenti software.
Eppure, in questa pulizia razionale, resta una sensazione curiosa.
Per anni ogni dispositivo è stato venduto come un piccolo mondo autosufficiente, completo di tutto, con il suo ecosistema chiuso e il suo caricatore proprietario, spesso ingombrante quanto inutile fuori da quel contesto. Ora che finalmente tutto si uniforma, scopriamo che quel “tutto” non è più incluso.
È un progresso, certo.
Ma è anche un cambio di paradigma: meno oggetti, più responsabilità. Meno caos nei cassetti, più attenzione a ciò che abbiamo già.
Forse il punto non è tanto avere un caricatore universale, quanto imparare a convivere con l’idea che non serve averne uno per ogni cosa. Che il problema non era solo la varietà dei cavi, ma il nostro bisogno di accumularli.
Chiudo il cassetto — o meglio, provo a chiuderlo, perché ovviamente non si chiude — e mi rendo conto che la vera standardizzazione non sarà quella delle prese, ma quella dei nostri comportamenti.
A pensarci bene, questa operazione ha qualcosa di familiare.
Sembra uscita direttamente dagli uffici del LUCAS — L’Ufficio Complicazioni Affari Semplici — dove ogni soluzione lineare viene presa, studiata e restituita con un dettaglio in più. Non abbastanza grande da sembrare un problema, ma sufficiente a farti esitare un secondo.
Giusto il tempo di chiederti: ma il caricatore ce l’ho?
P.S. In una busta polverosa, in un cassetto dimenticato, ho trovato un adattatore USB-C / USB-A.
Esattamente quello che serviva per il nuovo smartphone, arrivato in una scatola impeccabile: cover inclusa, alimentatore assente — come da normativa — e un elegante cavo USB-C / USB-C.
Universale, sì. Ma non per tutti.
Regola n. 3
«Diffida di chi ha una soluzione semplice per un problema complicato. Ma diffida di più di chi ti propone una soluzione complicata per un problema semplice.»
