(Grazie a mio fratello Rino per avermi ispirato)

Consentitemi una premessa: il mozzone, secondo tutti i vocabolari che ho consultato, è la funicella posta all’estremità della frusta per farla schioccare (sverzino).
Nella lingua napoletana diventa il mozzicone di una sigaretta o, per analogia, quello che resta di qualche cosa che prima era più lungo.
Ma ritorniamo a noi.

Mia nonna aveva una scatola di latta.

Non una scatola qualsiasi, ma una di quelle scatole che oggi definiremmo “vintage” magari con entusiasmo e sicuramente pagandola un prezzo esagerato. All’epoca era solo una scatola. Stava in un cassetto, insieme ad altre cose che non meritavano un posto migliore ma neppure l’oblio.

Sull’etichetta, scritta a mano con una grafia precisa e senza ironia, c’era scritto:
“Mozzoni di spago troppo corti per servire a qualcosa.”

Fine.

O meglio, no. Perché quella frase, apparentemente definitiva, conteneva una seconda parte non scritta, ma chiarissima: “…ma abbastanza lunghi per servire a qualcos’altro.”

Era una scatola piena di pezzi di spago forse inutili. E allo stesso tempo indispensabili.

Da bambino non capivo. Mi sembrava una collezione di scarti, un museo del niente. Oggi diremmo: materiale da buttare. O, se proprio vogliamo nobilitarci, diremmo: “materiale da riuso creativo”. Che è un modo elegante per dire che non sappiamo cosa farcene, ma, in fondo, ci dispiace buttarlo.

Lei invece sapeva esattamente cosa stava facendo.

Non stava “riusando”. Non stava salvando il pianeta. Non stava aderendo a uno stile di vita sostenibile – quello sarebbe arrivato molti decenni dopo. Stava vivendo in un mondo in cui le cose non finivano quando smettevano di servire alla loro funzione principale.

Finivano quando non servivano più a niente. Che è molto diverso.

Uno spago corto non serviva più per legare un pacco. Ma poteva chiudere un sacchetto, fissare una pianta, tenere insieme qualcosa che non meritava un intervento più serio. Era troppo poco per il compito originale, ma abbastanza per tutto il resto.

Il valore non era assoluto. Era situazionale.

Oggi invece abbiamo sviluppato una forma molto sofisticata di cecità: vediamo perfettamente a cosa serve una cosa, ma non riusciamo più a immaginare a cosa potrebbe servire.

Abbiamo ristretto il campo del possibile.

Chiamiamo “inutile” ciò che non corrisponde più alla sua funzione prevista. E lo facciamo con una certa serenità, perché tanto possiamo sostituirlo. Anzi, dobbiamo. Il sistema funziona così: l’oggetto esaurisce il suo compito, noi esauriamo il nostro interesse, e tutto finisce in un contenitore — reale o mentale — chiamato “da buttare”.

Poi, per rimediare, compriamo contenitori nuovi, magari più costosi, per organizzare il riuso.

È qui che la scatola di mia nonna diventa leggermente, e mica tanto leggermente, sovversiva.

Perché dentro quella scatola non c’era solo spago. C’era un modo di pensare. Un’idea molto semplice e molto scomoda: che l’inutilità non è una proprietà delle cose, ma una nostra incapacità di immaginazione.

Lei non conservava gli oggetti. Conservava le possibilità.

Noi, al contrario, conserviamo le intenzioni: compriamo cose per fare qualcosa di preciso. Se quella cosa non succede, l’oggetto diventa un errore. Un fallimento silenzioso. E i fallimenti, si sa, si nascondono o si buttano.

La sua era povertà, forse. Ma era sicuramente una povertà operativa, non estetica. Non aveva bisogno di essere raccontata, né giustificata. Funzionava. Trasformava il limite in ingegno senza bisogno di chiamarlo “ingegno”.

La nostra abbondanza, invece, è spesso fragile. Basta poco per trasformarla in spreco. Non perché abbiamo troppe cose, ma perché abbiamo troppe poche idee su cosa farne quando escono dal copione.

Forse è per questo che oggi il “riuso” ci piace tanto: ci dà l’illusione di recuperare qualcosa che abbiamo perso. Non gli oggetti, ma lo sguardo.

Quello che vedeva in uno spago corto non la fine di qualcosa, ma l’inizio di un’altra possibilità.

La scatola di latta, nel frattempo, non esiste più. O forse sì, da qualche parte. Ma non è importante.

Quello che resta è l’etichetta, anche se non l’ha mai scritta tutta:

Non era abbastanza poco da essere inutile.
Era abbastanza tanto da poter diventare altro.

E forse è una definizione che vale anche per noi.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 31

«Quando l'intelligenza artificiale dice una sciocchezza, controlla. Quando dice una cosa intelligente, controlla due volte.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.