Appunti minimi sull’accessibilità, la burocrazia e i sanpietrini di pregio

Qualche anno fa — quando ancora riuscivo a considerare certe cose semplici dettagli dell’età — pensavo che il problema della disabilità fosse soprattutto sanitario.
La malattia. Il dolore. Le limitazioni fisiche.

Poi la vita, con la delicatezza di un armadio che cade dalle scale, mi ha insegnato che no: il vero problema spesso è urbanistico.

A causa di una severa neuropatia agli arti inferiori e superiori, accompagnata da quella simpatica sindrome chiamata “Senectus ipsa”, sono stato riconosciuto invalido al 100% con diritto all’accompagnamento.
Tradotto dal burocratese: cammino poco, male e con prudenza. Con molta prudenza, non voglio mica rompermi di nuovo un perone.
Per brevi percorsi uso un deambulatore fornito dall’AUSL. Per quelli più lunghi, una sedia a rotelle, anche lei fornita dal SSN. Naturalmente spinta da qualcun altro, perché la tecnologia ha fatto miracoli ma non è ancora riuscita a trasformarmi in un monopattino elettrico.

Possiedo anche il famoso contrassegno che consente all’accompagnatore di accedere ai piccoli privilegi della mia condizione: stalli riservati, accessi consentiti, parcheggi agevolati.
Una specie di lasciapassare civile che dovrebbe servire non a rendermi speciale, ma semplicemente a permettermi di esistere logisticamente.

E qui comincia il divertimento.

Perché esistono due categorie di ostacoli.

La prima è composta dai cittadini distratti.
Persone convinte che il parcheggio riservato sia un concetto filosofico, non uno spazio necessario.
Mi fermo solo due minuti.”
Frase che, nella lingua italiana contemporanea, significa:
Il tuo problema può attendere il mio caffè.”

Poi ci sono quelli che parcheggiano così vicini da impedire l’apertura completa dello sportello.
Probabilmente ignorano che scendere da un’auto con un deambulatore non è una elegante coreografia di danza contemporanea.
Serve spazio.
Molto spazio.
Bisogna aprire completamente la portiera, estrarre il deambulatore o la carrozzina, fare manovre che somigliano più a un trasloco che a una discesa dall’auto.

Ma, tutto sommato, la distrazione dei cittadini è quasi comprensibile.
Viviamo nell’epoca della distrazione permanente.
Gente che attraversa la strada guardando video di gatti non può realisticamente accorgersi di un invalido.

Più interessante è invece la distrazione degli amministratori.

Le nostre città moderne sono diventate magnifiche.
Centri storici tirati a lucido.
Piazze pedonalizzate.
Arredi urbani raffinati.
Aiuole geometriche.
Pavimentazioni “di pregio”.

E sanpietrini.

Madonna, i sanpietrini!

Credo esista da qualche parte una convenzione segreta fra architetti e fisioterapisti:
Tu mi mandi clienti e io ti rovino le sospensioni della carrozzina.”

Perché c’è una verità che si scopre solo quando si usa un deambulatore: il sanpietrino non è una pavimentazione.
È un’esperienza sismica.

Ogni fuga, ogni dislivello, ogni pietra appena sollevata trasforma il percorso in una simulazione del Rally Dakar.

E allora riaffiora alla memoria una frase immortale del mitico Criscuolo in Dio e il Computer:

Dottò, chest’è cafè e chiano.”

Nel libro si parlava della burocrazia cieca.
Della distanza tragicomica fra la realtà concreta e chi la osserva solo dalle carte.

Perché sulla carta le nostre città sono accessibili.
Le norme ci sono.
Gli stalli pure.
Le rampe magari anche.

Poi però arriva la realtà: la rampa termina contro un palo, il posto riservato permette di scendere solo da un lato, il marciapiede ha una pendenza progettata probabilmente per il Tour de France, la piazza “riqualificata” sembra disegnata più per Instagram che per esseri umani con articolazioni vere.

E allora capisci che il problema non è cattiveria.
È peggio.

È che continuiamo a progettare città immaginando cittadini teorici:
giovani, sani, veloci, perfettamente equilibrati, possibilmente in sneaker e con il 12% di massa grassa.

Tutti gli altri diventano eccezioni statistiche.

Eppure la cosa più ironica è che la fragilità non è una minoranza.
È il destino naturale della maggior parte di noi, se abbiamo la fortuna di invecchiare abbastanza.

Prima o poi arriveranno il bastone, poi il deambulatore o la carrozzina, oppure semplicemente il fiatone.

E in quel momento capiremo finalmente una cosa molto semplice:
l’accessibilità non è una concessione gentile.
È civiltà applicata al cemento.

Il resto — spesso — è solo cafè e chiano.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 73

«Se proprio devi perdere tempo, fallo in buona compagnia.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.