(ovvero: imputato perfetto cercasi)

C’è stato un tempo in cui, quando qualcosa andava storto, si dava la colpa al destino.
Poi è arrivata la sfortuna. O, se preferite, la sfiga.
Poi il governo.
E poi “i poteri forti”.

Oggi, invece, abbiamo trovato il colpevole definitivo: l’algoritmo.

Parola elegante, moderna, quasi scientifica.
Una specie di divinità invisibile che decide cosa leggiamo, cosa compriamo, cosa desideriamo e — nei giorni peggiori — perfino cosa pensiamo.

È colpa dell’algoritmo.

Detto così, suona benissimo.
Tecnico quanto basta per evitare ulteriori domande.
Un po’ come quando il meccanico, scuotendo la testa, diceva: “È l’elettronica.”

Eppure la definizione è quasi rassicurante: “Algoritmo: sequenza ordinata di istruzioni progettata per ottenere un risultato.”

Tradotto in italiano corrente: una lista di passaggi da seguire.

La ricetta della besciamella è un algoritmo.
Le istruzioni per montare un mobile svedese sono un algoritmo, anche se sembrano progettate da un sadico.
Perfino la nonna che diceva “prima l’aglio, poi il pomodoro” stava applicando un algoritmo empirico.

E allora perché oggi la parola provoca la stessa serenità di una cartella esattoriale?

Perché l’algoritmo moderno non lo vediamo.
Non lo capiamo.
E soprattutto non possiamo discuterci.

Con il postino potevi litigare.
Con il direttore di banca pure.
Perfino con l’impiegato dell’INPS esisteva la soddisfazione antropologica di fare una fila e lamentarsi.

L’algoritmo invece no.

Non sbuffa.
Non va in pausa caffè.

Osserva.
Registra.
Deduce.

Ti guarda mentre scegli un video di gattini e conclude che probabilmente sei pronto per un tutorial complottista sulle scie chimiche.

Ed è qui che si apre il processo.

“Silenzio in aula.”

“Signori della Corte, oggi non processiamo una persona.
Processiamo un sistema invisibile che decide cosa vediamo e cosa diventiamo.”

“E dimostreremo oltre ogni ragionevole dubbio che l’algoritmo è colpevole.”

“Colpevole di sapere troppo.
Di profilare.
Di prevedere.
Di trasformare ogni nostra debolezza in un dato statistico.”

“L’algoritmo sa quando siamo tristi.
Quando siamo arrabbiati.
E soprattutto sa che un essere umano arrabbiato clicca più facilmente di uno sereno.”

“Ci divide in categorie invisibili:
quelli che comprano,
quelli che litigano,
quelli che condividono fake news in maiuscolo con tre punti esclamativi e una foto di buongiornissimo.”

“Più restiamo online, più diventiamo prevedibili.
E meno ce ne accorgiamo.”

“Nel frattempo l’algoritmo decide:
chi diventa visibile,
chi sparisce,
quale indignazione merita di esplodere e quale deve morire in fondo al feed tra la pubblicità di un materasso ergonomico e un reel motivazionale di un imprenditore scalzo.”

“L’algoritmo non vuole il nostro bene.
Vuole il nostro tempo.”

“Obiezione, Vostro Onore.”

“Accolta.”

L’avvocato difensore si alza lentamente.

“L’accusa attribuisce intenzioni morali a una sequenza di istruzioni matematiche.”

“L’algoritmo non odia.
Non ama.
Non cospira.”

“Esegue.”

“Se una piattaforma premia i contenuti che fanno arrabbiare, non è perché il computer odia l’umanità.
È perché l’umanità clicca più facilmente sulla rabbia che sulla riflessione.”

“L’algoritmo non inventa i nostri desideri.”
“Li misura.
Li amplifica.
A volte li restituisce con la brutalità di uno specchio ad alta definizione.”

“E qui arriva la parte fastidiosa.
Forse il problema non è la macchina che osserva.
Forse è l’immagine che le stiamo offrendo.”

“Perché l’algoritmo non crea il narcisismo dei social: lo organizza.
Non inventa la disinformazione: la distribuisce più velocemente.
Non produce odio dal nulla: scopre semplicemente che funziona benissimo.”

“In pratica è il maggiordomo perfetto dell’umanità contemporanea: efficientissimo e totalmente privo di senso morale.”

“La difesa chiama il suo testimone.”

“Nome?”
“Essere umano.”
“Professione?”
“Utente.”

“È vero o no che accetta termini e condizioni senza leggere nulla?”
“Sì.”

“È vero o no che consegna volontariamente dati personali in cambio di servizi gratuiti?”
“Sì.”

“È vero o no che passa ore a fornire informazioni sulle proprie abitudini mentre sostiene di tenere alla privacy?”
“…Sì.”

“E allora ci spieghi una cosa.”

“Come può accusare l’algoritmo di studiarla…
…se è lei a compilare il questionario? Gratis, con entusiasmo?”

Silenzio in aula.

“La Corte si ritira.”

“Verdetto.”

L’algoritmo è riconosciuto colpevole.

Ma non di agire da solo.

Condannato in concorso con milioni di esseri umani che hanno cliccato “accetta tutti i cookie” senza leggere nulla pur di vedere subito il video successivo.

E forse è proprio questa la parte più inquietante della faccenda.

Non abbiamo creato un’intelligenza artificiale simile a Dio.

Abbiamo creato uno specchio statistico.

E adesso ci disturba tremendamente la somiglianza.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 11

«Internet non è il mondo. È solo la sua bacheca degli annunci.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.