
(ma li chiamava paparazzi)
Nei film di Fellini c’è una cosa stranamente moderna. Quasi fastidiosamente moderna.
E no, non c’entrano effetti speciali, astronavi o improbabili profezie tecnologiche.
C’entrano gli esseri umani.
Riguardando oggi “La dolce vita” o “8½” viene quasi il sospetto che qualcuno abbia infilato uno smartphone nella sceneggiatura… e poi l’abbia tolto all’ultimo momento.
Forse non sarebbe nemmeno così strano pensare a Ennio Flaiano mentre osserva tutto questo con il suo mezzo sorriso, come uno che ha già capito la battuta finale ma decide di non rovinarla agli altri.
Perché quel mondo di persone continuamente osservate, interrotte, inseguite, fotografate, giudicate e costrette a trasformare ogni momento in rappresentazione assomiglia terribilmente al nostro.
Solo che allora servivano gli “odiati” paparazzi che tutti cercavano.
Oggi basta quella maledetta vibrazione in tasca che tutti aspettiamo.
In fondo i social network non hanno inventato il bisogno di essere guardati. Hanno semplicemente distribuito una piccola Via Veneto portatile a miliardi di persone.
Un tempo c’erano le celebrità, i fotografi, i rotocalchi scandalistici. Adesso siamo diventati contemporaneamente pubblico, attori e ufficio stampa di noi stessi.
Ci fotografiamo mentre mangiamo.
Documentiamo vacanze prima ancora di viverle.
Prepariamo tramonti “postabili”.
Persino il dolore, a volte, sembra dover passare attraverso una didascalia.
È il trionfo della dimensione felliniana dell’esistenza: la vita come spettacolo permanente.
Eppure Ennio Flaiano — che di Fellini fu complice geniale — probabilmente ci ricorderebbe che non c’è nulla di completamente nuovo in tutto questo.
Cambiano gli strumenti. Restano le fragilità.
La fame di attenzione.
La paura di sparire.
Il desiderio disperato di sentirsi visti.
In 8½ il protagonista Guido Anselmi è sommerso da richieste, voci, aspettative, ricordi, fantasmi. Tutti vogliono qualcosa da lui. Tutti parlano contemporaneamente. Tutti lo inseguono.
Oggi quel caos ce lo portiamo in tasca.
Notifiche. Messaggi. Aggiornamenti. Promemoria.
Tutto quello che un tempo si chiamava “vita sociale”, ma senza il silenzio tra una frase e l’altra.
Qualcuno che ci cerca. Qualcosa che lampeggia. Qualche algoritmo che ci suggerisce cosa guardare, leggere, desiderare o provochi la nostra indignazione.
Il problema non è nemmeno il tempo che perdiamo.
È il silenzio che non riusciamo più a trovare.
Perché il silenzio non serve soltanto a riposare. Serve a pensare. A ricordare. A capire cosa proviamo davvero senza il bisogno immediato di condividerlo.
Una volta si teneva un diario segreto nel cassetto.
Oggi aggiorniamo storie che scompaiono dopo ventiquattro ore, ma che nel frattempo chiedono disperatamente di essere viste.
E c’è un altro paradosso curioso: non abbiamo mai conservato così tanto della nostra vita, eppure facciamo sempre più fatica a trasformare tutto questo in memoria vera.
Archivi digitali pieni di fotografie che non riguarderemo ma cercheremo disperatamente per 10 minuti dopo anni.
Chat infinite destinate a essere spinte nel dimenticatoio dagli ultimi, spesso inutili, messaggi.
Backup fatti e non fatti.
Cloud che non sappiamo mai dove sono veramente e chi può consultarli.
Migliaia di momenti salvati… e pochissimi davvero vissuti fino in fondo.
La memoria umana dimentica per sopravvivere.
Lo smartphone ricorda tutto e non capisce niente.
Forse è per questo che i film di Fellini continuano a sembrarci contemporanei: non parlavano della tecnologia. Parlavano di noi. Del nostro bisogno di recitare, di apparire, di essere amati. Del rumore che usiamo per coprire il vuoto. Della difficoltà di restare soli abbastanza a lungo da ascoltarci davvero.
Forse Federico Fellini non aveva previsto internet.
Aveva previsto gli esseri umani con internet.
Che, a pensarci bene, non è una previsione.
È una diagnosi inquietante.
Regola n. 72
«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»
