Cantieri aperti a Eventuali & Varie. Stiamo ristrutturando il blog per renderlo più semplice, leggibile e adatto a tutti gli schermi. La circolazione resta aperta, ma qualche rallentamento è possibile. Hai visto mai?
Gli smart ring controllano sonno, battito, stress e molto altro. Comodo. Ma siamo proprio sicuri di voler sapere tutto? E soprattutto: siamo sicuri che debba saperlo anche chi fa colazione con noi?
Google presenta Googlebook e punta sull’integrazione tra computer e smartphone Android. Un’idea nuova? Il mio vecchio iMac del 2011 avrebbe qualcosa da dire.
Smartwatch e dispositivi indossabili misurano sempre più parametri del nostro corpo. Ma raccogliere un dato è una cosa, capire davvero come stiamo è tutta un’altra storia.
Una volta al telefono chiedevamo «Come stai?». Poi, con il cellulare, «Dove sei?». Oggi lo smartphone sa quasi sempre dove siamo e lo smartwatch pretende di sapere anche come stiamo. Forse all’orologio potremmo lasciare almeno un compito: dirci che ore sono.
A volte basta uno Spritz, un tavolino e il tempo di osservare chi passa per ritrovare una connessione che nessuna rete wireless può offrire. Un invito a rallentare e ad alzare lo sguardo.
Un gesto ormai automatico che ripetiamo decine di volte al giorno. Ma ogni volta che prendiamo in mano lo smartphone stiamo davvero scegliendo noi, oppure qualcuno ha già deciso per la nostra attenzione?
Non basta inventare qualcosa perché cambi il mondo. Ogni innovazione ha bisogno di trovare il proprio posto nella società, tra entusiasmo, resistenze e abitudini difficili da modificare.
Gli smartphone invecchiano molto più in fretta dei loro proprietari. Una riflessione sull’obsolescenza programmata, sul nostro rapporto con la tecnologia e sull’abitudine di sostituire ciò che funziona ancora.
L’orologio nucleare promette una precisione mai raggiunta prima. Ma mentre impariamo a misurare il tempo con accuratezza assoluta, resta aperta una domanda molto più umana: siamo davvero capaci di usarlo meglio?
I gruppi WhatsApp delle classi sono diventati piccoli ecosistemi sociali, popolati da personaggi ormai riconoscibili. Un ritratto ironico che racconta come la tecnologia finisca spesso per amplificare comportamenti molto umani.
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