C’è qualcosa di profondamente moderno nel vedere esseri umani adulti litigare davanti a un negozio per comprare un orologio.
Non il pane durante una carestia.
Non medicine salvavita.
Un orologio. Che sarà anche bello, preciso ed elegante. Ma alla fine segnerà l’ora esattamente come il mio.

Le immagini delle file chilometriche, delle persone accampate dalla notte precedente e delle immancabili risse da marciapiede raccontano molto meno dell’orologio e molto di più di noi.
O meglio: raccontano magnificamente una delle religioni più efficaci del marketing contemporaneo.
Lo scarcity marketing.
O, più elegantemente, l’arte di trasformare l’ansia in desiderio.

Il meccanismo è semplice e geniale nella sua perfidia.
Un’azienda produce volutamente pochi pezzi di qualcosa.
Oppure, molto più spesso di quanto si dica, fa credere che siano pochi.
Aggiunge parole magiche come “limited edition”, “drop”, “ultima disponibilità”, “solo per pochi”, “sold out imminente”.
Ed ecco che l’oggetto smette di essere un oggetto.
Diventa una prova sociale.
Una medaglia.
Un certificato psicologico di appartenenza.

Perché il punto non è quasi mai possedere quella cosa.
Il punto è possederla prima degli altri.
O meglio ancora: possederla mentre gli altri restano fuori.

È un meccanismo antico.
Da bambini funzionava con le figurine rare. Che poi rare non erano.
Da adulti con sneakers, smartphone, borse, orologi, hamburger gourmet e perfino bottiglie d’acqua “esperienziale” vendute come se provenissero direttamente dalle lacrime delle fate alpine.

Internet, naturalmente, ha trasformato tutto questo in una disciplina scientifica.
I countdown aumentano l’ansia.
Le notifiche dicono che “altre 327 persone stanno guardando questo prodotto”.
I social completano il lavoro: se qualcuno mostra online ciò che tu non hai, improvvisamente non ti manca un oggetto.
Ti manca un’identità.

Ed è qui che lo scarcity marketing diventa davvero interessante.
Perché spesso la scarsità non riguarda il prodotto.
Riguarda l’autostima.

Se mille persone fanno la fila, il nostro cervello conclude automaticamente che debba esserci un motivo.
È il vecchio istinto del branco con una grafica più elegante.
Un tempo seguivamo chi correva perché forse stava scappando da un mammut.
Oggi seguiamo chi corre perché forse sta uscendo una sneaker fluorescente numerata.

Come ci si difende?
Prima di tutto con una domanda brutalmente semplice:
“Lo desideravo davvero prima che mi dicessero che stava finendo?”

Perché il scarcity marketing vive soprattutto di urgenza.
Vuole impedirti di pensare.
Vuole che tu compri prima che torni la lucidità.
È il motivo per cui quasi tutte le offerte hanno un timer.
Nessuno mette il conto alla rovescia davanti alle decisioni intelligenti.

La seconda difesa è ricordare una verità deprimente ma utilissima:
quasi tutto ciò che oggi viene definito “introvabile” tra sei mesi sarà dimenticato in un cassetto, rivenduto online o sostituito da una nuova “imperdibile esclusiva”.

La terza, forse la più importante, è accettare una cosa molto impopolare:
non tutto ciò che è raro ha valore.
A volte è raro semplicemente perché qualcuno ne ha prodotti pochi.

Che, a pensarci bene, vale anche per certe idee.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 58

«La tecnologia cambia in fretta. Gli esseri umani molto meno.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.