una vecchia espressione romagnola e i moderni social network


C’era un tempo in cui le fake news avevano almeno il buon gusto di sedersi al bar.

Nascevano lì, tra un caffè corretto e una partita a briscola, introdotte da quel capolavoro di onestà intellettuale che è il patrimonio della tradizione romagnola:
“Dis che…”
Dice che.

Una formula meravigliosa.
Non esibiva grafici falsificati su Excel.
Non citava lo cugino del cognato del Nobel per la fisica.
Nessun luminare dell’Università di Topolinia.

Era semplicemente un modo per dire: “Ti sto per raccontare una cosa di cui non garantisco assolutamente la verità, ma almeno ci facciamo una risata”.

Il vecchio “Dis che” conteneva già il bollino della diffidenza.
La prudenza.
Un’umiltà epistemologica commovente.
Chi lo usava sapeva di non sapere.
Al massimo vantava una zia ben informata in parrocchia.

Oggi, purtroppo, il pettegolezzo si è laureato su Google.
Ha aperto un canale YouTube con la luce ad anello.
Ha scoperto i template gratuiti di Canva.

Soprattutto, ha sostituito l’onesto “Dis che” con la frase più pericolosa del millennio:
“L’ho letto online”.

Il salto evolutivo definitivo della credulità umana.

Mentre il “Dis che” evocava Gino che parlava a braccio dopo tre Sangiovese, “l’ho letto online” arriva con la pretesa dell’autorevolezza.

Online dove?
Su “VeritàScioccanti.altervista.org”?
Scritto da chi?
Dal tabaccaio di Voghera sotto pseudonimo?
Dettagli.

Nel grande discount digitale dell’informazione, tutto ha lo stesso identico packaging:
la scoperta da Nobel, la teoria del complotto rettiliano, la pubblicità dei plantari ortopedici e il tizio convinto che l’Australia non esista.

Siamo passati da un’umanità che raccontava favole conscia che fossero favole, a una massa di persone convinte che leggere tre post equivalga a una laurea honoris causa in geopolitica applicata. Custodi della Verità Segreta™ che “i poteri forti vi nascondono”.

Il pettegolezzo di paese, se non altro, moriva per asfissia nel raggio di tre chilometri.
Bastavano due piadine e una spuma per seppellirlo.

Internet invece ha dato al cretino di turno le infrastrutture della NASA.

Oggi una scemenza partorita sul divano da uno in pigiama fa il giro del pianeta in venti secondi. Raccoglie cinquemila retweet, genera una petizione su Change.org, un’interrogazione parlamentare e, se siamo sfortunati, pure una serie Netflix.

Sotto la fibra ottica, però, siamo rimasti all’età della pietra.
Sempre affamati di storie.
Sempre disperati nel voler sembrare quelli che “la sanno lunga”.

Solo che una volta la bufala arrivava con una strizzata d’occhio e un boccale di vino.
Oggi arriva in banda larga e con la boria di un’enciclopedia.

Il che rende il vecchio bar di paese, con tutti i suoi analfabeti dichiarati, l’unico vero centro di ricerca scientifica rimasto sul pianeta.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 0

«Non prendere troppo sul serio né te stesso né la macchina che stai usando per leggere questa regola.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.