
Oggi provo a classificare il genere umano in base all’anno di nascita. Una specie di guida pratica per affrontare pranzi di famiglia, riunioni di lavoro e gruppi WhatsApp senza arrivare alle mani.
In ordine crescente di età troviamo la Silent Generation, quelli nati fra il 1928 e il 1945.
Loro sono i sopravvissuti. Hanno visto guerre, povertà, ricostruzioni e la nascita della televisione. Oggi osservano persone adulte andare nel panico perché il Wi-Fi è lento e pensano, con piena legittimità, che siamo diventati molluschi emotivi con l’abbonamento in fibra.
Quando iniziano una frase con «Ai miei tempi…», conviene tacere.
Perché i loro tempi spesso prevedevano lavoro vero, scarpe buone per vent’anni e problemi che non si risolvevano spegnendo e riaccendendo il router.
Se possiedono uno smartphone, non è smart.
È un oggetto indistruttibile che sopravvivrebbe a un’esplosione nucleare e contiene esattamente tre cose: rubrica, torcia e foto sfocate di nipoti riprese dal basso.
Subito dopo troviamo i Baby Boomer, nati fra il 1946 e il 1964.
Il nome deriva dal boom economico e demografico. Traduzione: sono arrivati quando il tavolo era già apparecchiato. Pensioni dignitose, case comprate quando costavano meno di una city bike elettrica e il leggendario mito del posto fisso.
Naturalmente non per tutti, ma abbastanza da creare una generazione convinta che bastasse “aver voglia di lavorare”.
Hanno attraversato mezzo secolo di tecnologia: dal telefono grigio della SIP al tablet ultrapiatto. Eppure riescono ancora a guardare con sospetto qualsiasi cosa richieda una password diversa da “1234”.
Segni particolari: scrivono sui social in CAPS LOCK come se internet fosse un mercato rionale.
Frase tipica:
“BUONGIORNISSIMO KAFFÈÈÈ?”
Possibilmente accompagnata da un’immagine con rose rosse, tazzine fumanti e glitter che violano almeno tre convenzioni internazionali sul buon gusto.
Sono anche l’unica generazione capace di diffidare della tecnologia mentre contemporaneamente inoltra a 248 contatti un video girato in verticale che promette di curare ogni malattia con bicarbonato e limone.
Poi ci sono quelli che nessuno cita mai: la Generazione X, nati fra il 1965 e il 1980.
Il ripieno del panino generazionale.
Troppo giovani per essere Boomer. Troppo vecchi per diventare influencer milionari facendo balletti su TikTok.
Sono cresciuti fra MTV, walkman, cabine telefoniche e cinismo preventivo. Hanno imparato presto che il mondo non sarebbe migliorato automaticamente e hanno sviluppato una forma elegante di disillusione permanente.
Sono i figli dei Boomer e i genitori della Gen Z.
Praticamente schiacciati fra due giganteschi blocchi di egocentrismo storico.
Hanno inventato il grunge per evitare la terapia e oggi osservano il collasso della civiltà con la stessa espressione di chi aspetta il proprio turno alla Posta.
Invisibili. Ma resistenti.
Ed eccoci ai Millennials, quelli nati fra il 1981 e il 1996.
Sono la generazione che ha visto nascere internet quando faceva ancora rumore.
Hanno vissuto il passaggio dal modem 56k ai social network, dall’ottimismo del nuovo millennio alla scoperta che forse lavoreranno fino a novantadue anni per pagarsi un monolocale condiviso con una pianta grassa.
Sono cresciuti sentendosi dire:
“Studia e avrai un futuro.”
Hanno studiato.
Il futuro nel frattempo era occupato.
Le loro caratteristiche principali includono: ansia da prestazione, dipendenza da caffè, piante d’appartamento curate meglio delle relazioni sentimentali e la convinzione di potersi rilassare “dopo questa settimana”, dal 2011.
Vivono una tragedia biologica molto specifica: sentirsi giovani dentro ma produrre rumori articolari ogni volta che si alzano dal divano.
Subito dopo arriva la Generazione Z, i nati fra il 1997 e il 2012.
I veri nativi digitali.
L’evoluzione li ha fatti nascere con il pollice già calibrato per lo swipe verticale.
Non telefonano mai.
Mandano vocali di sette minuti ascoltati a velocità 2x da persone che non volevano nemmeno riceverli.
Comunicano tramite meme incomprensibili, ironia multilivello e video di tre secondi che spariscono prima ancora che un quarantenne riesca a capire dove guardare.
Stile di vita: ansia climatica, precarietà esistenziale e vestiti anni Novanta recuperati ironicamente dagli armadi dei Millennials.
Parola chiave: cringe.
Ovvero tutto ciò che fanno gli adulti.
Compreso respirare troppo forte in pubblico.
Infine arriviamo alla Generazione Alpha, quelli nati dopo il 2012.
I figli dei Millennials.
Parlano con Alexa prima ancora di imparare a dire “mamma”. Guardano video su un tablet con la concentrazione di un broker di Wall Street e riescono a usare qualunque dispositivo elettronico senza aver mai letto un manuale.
Non sanno cosa sia una videocassetta, un gettone telefonico o la sofferenza spirituale di aspettare che partisse Internet senza poter usare il telefono di casa.
Per loro il touchscreen non è tecnologia.
È natura.
Saranno i dominatori del futuro, ammesso che il futuro non venga prima disattivato da un aggiornamento automatico.
E in fondo ogni generazione fa sempre la stessa cosa: guarda quella successiva e conclude che “si stava meglio prima”.
Cambiano gli schermi, cambiano le app, cambiano i tormentoni.
Ma restiamo tutti esseri umani che cercano disperatamente attenzione… mentre fingono di controllare solo una notifica.
Regola n. 11
«Internet non è il mondo. È solo la sua bacheca degli annunci.»

lunedì 25 Maggio 2026 alle 08:55
…e poi ci sono quelli come me, sospesi tra Gen X e Millennials: abbastanza vecchi da ricordare il mondo senza internet, abbastanza online da non poterlo più ignorare. In una parola: disallineati.
Qualcuno direbbe “genio e sregolatezza”. Io direi più spesso “connessione instabile”.