quando condividere diventa più facile che verificare

Folla sul lungomare di Cesenatico osserva la ruota panoramica illuminata al tramonto, simbolo di una bufala diffusa sui social nell'articolo "Il venticello digitale"
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


Questa mattina, con il favore di una temperatura quasi primaverile e con il caffè numero uno già in circolo, leggendo una notizia mi è venuto in mente mio padre. Grande appassionato di musica lirica, ogni tanto canticchiava: «La calunnia è un venticello…».

La notizia di cui parlo aveva un titolo piuttosto eloquente:

«Cesenatico, bufala sui social: è caduta la ruota panoramica.»

Una volta tanto, un titolo che non lasciava spazio a interpretazioni fantasiose.

E il testo spiegava con chiarezza che cosa era successo.

Qualcuno aveva utilizzato l’intelligenza artificiale per creare un’immagine molto realistica della ruota panoramica di Cesenatico abbattuta. Dal temporale del giorno prima? Poco importa. L’immagine era credibile.

L’aveva inviata a un amico. Per scherzo.

Poi, con la complicità della fibra ottica, del 5G e, soprattutto, di tanti pollici troppo veloci, erano iniziate a fiorire le condivisioni. WhatsApp, Telegram, Signal, social network. Dieci, cento, mille? Non lo so.

So soltanto che erano state abbastanza da convincere alcune persone ad andare a vedere con i propri occhi il disastro.

Ed è a questo punto che mi sono immaginato una signora mentre porta a spasso il cane. Legge la notizia sullo smartphone e pensa:

«Questa intelligenza artificiale fa diventare le persone più stupide.»

Mi perdoni, cara signora che porta a spasso il cane mentre scorre le notizie sullo smartphone, ma non sono affatto d’accordo.

E non perché anch’io utilizzo un generatore di immagini per creare quelle che pubblico qui su Eventuali & Varie. Immagini volutamente impossibili, dove personaggi vissuti duemila o duemilacinquecento anni fa leggono un tablet, usano un computer e si fermano a ragionare con me davanti a un caffè in giardino o a una limonata in spiaggia.

L’algoritmo fa tranquillamente il suo lavoro.
E, devo dire, lo fa anche bene.

Ma non inoltra l’immagine a tutti i tuoi contatti.
Non ci aggiunge la scritta: «Fai girare».
Non convince nessuno che sia vera.
E, soprattutto, non va a controllare se la ruota panoramica è davvero caduta.

E, se devo essere sincero, non punto nemmeno il dito contro chi ha usato l’intelligenza artificiale per generare quell’immagine.

Se proprio devo muovergli un appunto, è di non aver chiarito fin dall’inizio che si trattava di un’immagine inventata. Sarebbe bastata una scritta, anche banale: «Scherzetto. Non è vero.»

Il problema, infatti, non è mai stato creare un’immagine falsa.

Il problema è decidere di trattarla come fosse vera.

Mio padre non ha mai conosciuto WhatsApp.
Rossini e Sterbini non potevano nemmeno immaginare qualcosa di simile a internet.
Eppure avevano già descritto tutto.

Perché nel 1816 una voce aveva bisogno di giorni per diventare «colpo di cannone».

Oggi bastano pochi minuti.

E un dubbio che arriva qualche secondo troppo tardi.


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