quando i tutorial conoscono già il finale

C’è un’ora in cui il mondo fa meno rumore. È l’ora in cui apro il tablet.
Dopo qualche giorno di tregua il caldo promette di tornare a reclamare il suo posto. I meteo-esperti (para tali) parlano già della prossima ondata africana con quell’entusiasmo che, ormai, sembra riservato soltanto ai temporali che non arrivano mai.
Il caffè numero uno prova a convincere i neuroni che la giornata è ufficialmente iniziata.
Sul tablet compare un titolo che sembra progettato più per catturare un clic che per raccontare una notizia.
«Trasforma qualsiasi ventilatore in un condizionatore d’aria con un semplice ghiaccio. La maggior parte delle persone in Europa non conosce questo segreto.»
Resto qualche secondo a fissare lo schermo.
Non tanto per il ghiaccio.
E nemmeno per la svista grammaticale, sicuramente colpa del traduttore automatico.
Quanto per il “segreto“.
Perché ogni volta che internet mi assicura che milioni di persone ignorano qualcosa di semplicissimo, ho il netto sospetto che qualcuno conosca molto bene il funzionamento della curiosità umana.
Proprio mentre riempio la seconda tazzina di caffè, il cancello cigola.
Il mio ospite ha l’aria di un maestro di bottega dei secoli scorsi. Camicia arrotolata sulle braccia, mani segnate dal lavoro, una matita piatta infilata dietro l’orecchio.
Non mi sembra di riconoscerlo. Verso comunque il caffè. Da queste parti si fanno le presentazioni con la tazzina, non con i documenti.
Sul tavolo appoggia un metro pieghevole di legno, una squadra e un blocco di fogli pieni di schizzi, correzioni e macchie di grafite.
Riconosco la grafia vista tante volte su internet e in un museo, anni fa.
«Leonardo?»
Annuisce. Verso il caffè per lui e gli porgo il tablet.
Legge il titolo senza cambiare espressione.
«Che ne pensi?» gli domando.
«Penso che un titolo abbia già promesso un miracolo.»
«C’è un trucco?»
«Prima si guarda. Poi si prova. Solo alla fine si parla.»
«Tu hai una ciotola, un ventilatore e qualche cubetto di ghiaccio?»
Vado in quello che chiamo il laboratorio e torno con una ciotola che usavo per dare da mangiare ai gatti, qualche cubetto di ghiaccio recuperato dal congelatore e il piccolo ventilatore portatile che uso nelle giornate peggiori.
Leonardo sistema tutto con calma.
Accende il ventilatore.
L’aria, per qualche istante, sembra davvero più fresca.
Leonardo avvicina la mano.
Aspetta.
Sposta la ciotola di qualche centimetro.
Osserva il ghiaccio che lentamente comincia a sciogliersi.
Poi spegne il ventilatore.
«Allora funziona?» gli chiedo.
«Certo che funziona.»
Fa una pausa.
«Come funziona una borsa del ghiaccio sulla fronte quando hai la febbre. Come funziona un ghiacciolo quando sei tormentato dal caldo.»
Resto in silenzio.
«È un piccolo effetto. Locale. Temporaneo. Non è un condizionatore. È aria che passa vicino a qualcosa di freddo. Può dare sollievo. Ma trasformare un ventilatore in un climatizzatore è un’altra faccenda.»
Si volta verso il tablet.
«Vedi, il problema non è il ghiaccio.»
«E qual è?»
«Oggi si vendono conclusioni. Le prove arrivano dopo. Se avanzano.»
Raccoglie i suoi appunti.
«In bottega nessuno imparava dai titoli. Si imparava sbagliando una misura, rifacendo un pezzo di legno, correggendo un disegno. Il lavoro insegnava più delle parole.»
Guarda ancora una volta il titolo sullo schermo.
«Chiamare “segreto” qualcosa che chiunque può verificare in cucina è un modo curioso di usare la conoscenza.»
Il caffè è ormai finito.
Leonardo rimette la matita dietro l’orecchio, saluta e si avvia verso il cancello.
Prima di uscire si gira.
Sorride appena.
«Diffida di chi promette l’inverno in piena estate.»
Poi, osservando la rosa selvatica che cerca di attorcigliarsi ai fili che le ho messo per tentare di fare una pergola, aggiunge:
«Molto meglio chi ti insegna come costruire un’ombra.»
Regola n. 33
«Un algoritmo non è un oracolo. È una calcolatrice con un buon ufficio marketing.»

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