quando avere un’opinione sembra diventato obbligatorio

Vecchio nerd seduto sotto un ombrellone sulla spiaggia di Bordonchio osserva i bagnanti mentre beve acqua fresca con limone.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale


Confesso: non sono mai stato un “leone da tastiera”.

Fin dai tempi delle chat IRC, dei gruppi di discussione e simili, prima di rispondere a un post o, peggio ancora, di contraddire qualcuno, ho sempre seguito una specie di diagramma di flusso:

È vero?
È utile?
È proporzionato?
Migliorerà qualcosa?

Qualcosa che assomigliava molto ai tre setacci di Socrate, in versione riveduta, corretta e fatta in casa, con tanto di ingrediente segreto che tanto segreto non era.

Un po’ come il signor Palomar di Italo Calvino — grazie, Pino, per avermelo rammentato — che, prima di dire qualcosa, non si chiedeva: «Posso dirlo?», ma piuttosto: «Vale davvero la pena dirlo?».

Oggi, invece, sembra che la domanda che molti si pongono prima di commentare sia un’altra:

«Mi farà notare?»

Da qualche decennio sentiamo ripetere che tutti hanno diritto a un’opinione. È vero. Ma, quasi senza accorgercene, abbiamo trasformato quel diritto in un dovere.

Sembra che su qualsiasi argomento si debba avere immediatamente una posizione: il fatto di cronaca, la sentenza, la partita, il vaccino, l’intelligenza artificiale, il cantante che ha detto una sciocchezza.

Se dopo cinque minuti non hai ancora espresso il tuo giudizio, sembri sospetto.

Senza considerare che, se non parlo, potrei semplicemente non avere ancora un’opinione.

Potrei stare osservando.
Potrei cercare di capire.
Potrei perfino aspettare che la realtà aggiunga qualche dettaglio.

Una volta, quando lavoravo più con i dati che con le parole, vigeva una regola universale:

prima si validano i dati, poi si elaborano.

Credo che oggi anche il cervello umano dovrebbe applicare una routine del genere:

Ricevi una notizia.
La validi.
La confronti.
Ci dormi sopra.
Poi, se proprio serve, parli.

È questa, in fondo, la manutenzione del pensiero.

Io le mie opinioni le ho. Eccome se le ho. Sulla politica, sull’etica, sull’informatica, sulla sanità, sul volontariato.

Molte sono cambiate negli anni. Altre sono rimaste ostinatamente le stesse.

Ma nessuna è nata in tre righe scritte di getto davanti a una tastiera.

Forse è anche per questo che, nelle vecchie chat come nei gruppi di discussione di oggi, non mi è mai venuto naturale etichettare qualcuno come “troll”, “provocatore”, “idiota” o con uno di quei bollini che chiudono una conversazione invece di aprirla.

Quando smetti di ascoltare una persona e cominci a discutere dell’etichetta che le hai appiccicato addosso, la conversazione è già finita.

Continuo a pensare che un’opinione valga molto di più quando arriva alla fine di un ragionamento, non all’inizio.

Le idee migliori non sono quasi mai quelle che escono più in fretta.

Sono quelle che hanno avuto il tempo di incontrare i fatti, qualche dubbio e, se serve, anche il coraggio di cambiare.

Le opinioni non sono cartucce da sparare. Sono attrezzi per capire il mondo. E gli attrezzi, prima di usarli, conviene imparare a tenerli in mano.


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