Riconoscimento facciale: sì o no?

Stamattina il mio telefono si è sbloccato guardandomi in faccia.
Ormai ci faccio talmente poco caso che, se mi chiedessero come l’ho sbloccato, probabilmente risponderei: «Riconoscimento facciale, ovvio.»
Poi apro le notizie e leggo: riconoscimento facciale.
La stessa espressione.
Ma stavolta non c’entra nulla con il mio telefono.
Da vecchio informatico ho un difetto professionale.
Quando sento usare la stessa espressione per indicare quattro cose diverse, mi viene l’orticaria.
Succedeva con i computer quarant’anni fa.
Succede oggi con l’intelligenza artificiale.
E adesso succede con il riconoscimento facciale.
Tutti discutono se sia giusto o sbagliato.
Io, invece, ho il sospetto che il problema non sia il riconoscimento facciale.
Il problema è che continuiamo a fare domande che ci costringono a scegliere una squadra prima ancora di aver capito la partita.
E questo, lo confesso, non mi piace.
Non mi piace quando vedo, sotto una notizia qualsiasi, 900 e passa commenti da stadio. I più lunghi pieni di certezze, i più corti pieni di insulti.
Ho il sospetto che ci stiamo abituando a discutere di parole invece che di fatti.
Prendiamo un’etichetta abbastanza grande, ci infiliamo dentro tutto quello che ci viene in mente e poi litighiamo sull’etichetta.
Per esempio.
Il mio telefono che si sblocca riconoscendo il volto.
Il sistema che aiuta a identificare il responsabile di una rapina.
La ricerca urgente di un bambino scomparso o di un terrorista.
Oppure telecamere che identificano automaticamente migliaia di persone mentre passeggiano tranquillamente in una piazza.
Quattro situazioni.
Quattro problemi diversi.
Quattro domande diverse.
Eppure continuiamo a farne una sola.
«Sei favorevole al riconoscimento facciale?»
È un po’ come chiedere:
«Sei favorevole ai coltelli?»
Quello del chirurgo?
Quello del cuoco?
O quello del rapinatore?
Oppure quello da tavola che uso per sbucciare la frutta?
La parola è la stessa.
Il giudizio cambia completamente.
Forse, allora, invece di dividerci tra favorevoli e contrari dovremmo iniziare a fare domande un po’ più precise.
Chi può usare questi sistemi?
In quali casi?
Con quali autorizzazioni?
Chi controlla chi controlla?
Cosa succede se il software sbaglia?
Perché è lì che si gioca la partita.
Non sulla tecnologia.
Sulle regole.
Le tecnologie cambieranno ancora.
Cambieranno le telecamere, gli algoritmi e perfino le parole con cui le descriveremo.
Spero solo che non ci abituiamo a una cattiva abitudine: quella di rispondere in fretta a domande che avrebbero bisogno di essere formulate meglio.
Perché una domanda sbagliata non porta quasi mai a una risposta giusta.
Regola n. 21
«Se una storia sembra perfetta per confermare le tue idee, controllala due volte.»

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