quando perfino Lillo smette di dormire

Schermata di una postazione con due monitor: su uno un terminale Linux esegue il comando tree -d, sull'altro è visibile htop mentre un vecchio server viene preparato per il pensionamento.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale.


Per tutta la mia vita lavorativa ho lavorato con bit e byte. I bit delle istruzioni a 8 bit dei primi processori, poi 16, 32 e infine 64. E poi i byte, Kilobyte, Megabyte, Gigabyte e oggi i Terabyte, e oltre.

La settimana scorsa, quando ho scoperto che il mio server Ubuntu domestico inizia a sentire il peso degli anni – dieci anni di onorato servizio, acceso almeno dodici ore al giorno – ho pensato che, in fondo, sarebbe stato semplice.

Un’occhiata al vecchio server Ubuntu, una rapida ricognizione delle cartelle e poi via, a preparare il trasferimento su un nuovo disco – di recupero – da installare nel nuovo PC.

Sul monitor Linux è aperto htop.

La barra del Disk Usage è quasi completamente piena.

Ogni tanto sembra perfino fare un piccolo balzo, come se volesse ricordarmi che, laggiù, lo spazio libero è ormai una specie protetta.

Inizio a ragionare, fra me e me, su come pensionare il vecchio server senza offenderlo quando sulla porta del laboratorio si palesano i mici di casa, sicuramente attirati dalla debole corrente d’aria.

Sugar, abituato al desktop del notebook in casa, fissa curioso quella strana barra verde che, a volte, diventa rossa.

Lillo, con molta meno eleganza e molta più filosofia, si accuccia a terra di fianco a me.

Per qualche secondo nessuno si muove.

«È pieno?» sembra domandare Sugar inclinando la testa.

«No,» rispondo quasi senza pensarci. «È vissuto

Lillo mi guarda con quell’aria da gatto che conosce già la risposta ma aspetta comunque che l’umano ci arrivi da solo.

Allora apro un terminale.

Scrivo un comando che conosco da una vita.

tree -d

Sul monitor iniziano a scorrere centinaia di nomi.

Cartelle.

Sottocartelle.

Altre cartelle ancora.

Musica.

Vecchi progetti.

Arduino.

Backup.

Fotografie.

Appunti.

Software scaricato quando internet faceva ancora il rumore del modem.

A un certo punto mi accorgo che non sto più leggendo directory.

Sto leggendo anni.

Ogni nome, ogni ramo di quell’albero che si costruisce sul monitor, è una deviazione presa per curiosità.

Un programma provato.

Un esperimento finito bene.

Uno finito malissimo.

Una passione durata una settimana.

Un’altra che, incredibilmente, dura ancora.

Sugar continua a fissare lo schermo.

Lillo, invece, chiude lentamente gli occhi.

Come fanno i gatti quando hanno capito una cosa importante.

Mi torna in mente una frase che sentivo da ragazzo.

«La memoria occupa spazio.»

Credevo parlasse dei dischi.

Forse parlava delle persone.

Perché anche noi, con gli anni, ci riempiamo.

Di incontri.

Di errori.

Di fotografie che non guardiamo mai.

Di lettere che non rileggiamo.

Di canzoni che bastano tre note per riportarci in un’estate lontana.

Ogni tanto qualcuno ci suggerisce di fare pulizia.

Buttare.

Eliminare.

Ripartire da zero.

È un consiglio sensato.

Fino a un certo punto.

Perché esiste una differenza enorme fra accumulare e conservare.

Accumula chi non sa dove mettere le cose.

Conserva chi ricorda perché le aveva messe lì.

Guardo di nuovo quella barra quasi piena.

Non vedo un disco saturo.

Vedo quarant’anni di curiosità.

Di notti passate a capire come funzionava qualcosa.

Di idee riuscite e di solenni cantonate.

Il computer nuovo sarà infinitamente più veloce.

È giusto così.

Ma, prima di spegnere questo vecchio server, credo che gli concederò un’ultima cortesia.

Non gli chiederò quanti gigabyte contiene.

Gli dirò semplicemente grazie.

Sugar sbadiglia.

Lillo apre un occhio.

Forse il monitor non stava mostrando l’utilizzo del disco.

Stava semplicemente ricordando che anche la memoria, quella vera, pesa.


Le Regole di Speranza-1

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