Un ragionamento no.

Quando frequentavo il liceo, tanti anni fa, nella mia classe c’era una specie di patto segreto.
Alcuni passavano i compiti di matematica. In cambio ricevevano quelli di latino o d’inglese.
Nessuno era particolarmente orgoglioso della faccenda, ma almeno eravamo onesti: sapevamo benissimo che stavamo copiando.
E, in fondo, sapevamo anche che sarebbe servito a poco.
Nell’economia del voto c’erano anche le interrogazioni. E lì, davanti alla cattedra, il pizzino non arrivava.
Oggi, invece, leggo una notizia che fa riflettere.
Un docente di economia della Brown University aveva notato qualcosa di strano. Gli elaborati svolti a casa avevano una media di circa 96 su 100. Allora ha deciso di fare l’esame finale in aula, in presenza, senza telefoni e senza strumenti esterni.
La media è precipitata a 48,6 su 100. Diversi studenti hanno perfino abbandonato il corso prima dell’esame finale.
Il professore, Roberto Serrano, ha interpretato quel crollo come un forte indizio di un uso massiccio dell’intelligenza artificiale durante i compiti svolti a casa.
Sembra quasi la dimostrazione scientifica di una frase che sento ripetere sempre più spesso:
«L’intelligenza artificiale rende tutti più stupidi.»
Io, però, non ci credo.
Per un motivo molto semplice.
Quando copiavo il compito di latino non diventavo improvvisamente bravo in latino.
E quando un mio compagno copiava da me un’equazione di matematica non imparava certo a risolvere quella successiva.
La differenza è che allora nessuno si illudeva del contrario.
Il foglietto serviva a portare a casa un voto.
L’apprendimento era un’altra cosa.
A quel punto mi sono accorto che stavo facendo la domanda sbagliata.
Non è l’intelligenza artificiale il problema.
Il problema siamo noi.
Una calcolatrice non ha mai insegnato la matematica a nessuno.
Un libro non ha mai reso colto chi non lo ha letto davvero.
L’intelligenza artificiale non è diversa.
Può spiegarti un concetto dieci volte, proporti un esempio migliore, rispondere a una domanda, perfino accorgersi di un errore che da solo non eri riuscito a vedere.
Ma c’è una cosa che non può fare.
Percorrere al posto tuo il tratto che va dalla risposta alla comprensione.
È qui che mi torna in mente Ipazia di Alessandria.
Non la matematica.
L’insegnante.
Per lei la conoscenza non era una collezione di risultati da ricordare, ma un percorso da ricostruire ogni volta. Nella matematica, come nella filosofia, contava la dimostrazione più del teorema. Perché il risultato può essere corretto anche per caso. Il ragionamento, invece, rivela se hai davvero capito.
Sento già la sua domanda:
«Quei ragazzi la soluzione l’hanno capita o si sono limitati a ottenerla?»
Forse è proprio questa la domanda che dovremmo farci oggi.
Non se uno studente abbia usato l’intelligenza artificiale.
Ma se, una volta chiuso il computer, sia in grado di rifare quel percorso con la propria testa.
Forse il problema non è che l’intelligenza artificiale ci renda più stupidi.
Il problema è se smettiamo di fare l’unica cosa che nessuna macchina può fare al posto nostro.
Imparare.
Perché le risposte riempiono i quaderni.
I ragionamenti costruiscono le persone.
Regola n. 31
«Quando l'intelligenza artificiale dice una sciocchezza, controlla. Quando dice una cosa intelligente, controlla due volte.»

Lascia un commento