Prevenire costa. Rimediare fa notizia.

Ponte sul fiume Uso dopo un temporale, con sacchetti di sabbia e una troupe televisiva che smonta l’attrezzatura.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale


Stanotte ennesimo black-out. Troppi condizionatori, troppi ventilatori, troppi congelatori pieni di ghiaccioli e gelati.

Fa caldo, di giorno e di notte. È una vera e propria emergenza.

La crisi climatica è sotto gli occhi di tutti e tutti dobbiamo farci i conti.

Da quasi tre anni in Italia abbiamo lo strumento adatto: il Piano Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Ben 361 punti – ventuno “particolarmente rilevanti” – per affrontare la sequenza di incendi, alluvioni, siccità, frane e altre catastrofi naturali che colpiscono la nostra penisola con frequenza impressionante.

Affrontare ma, soprattutto, prevenire.

Perché il PNACC è stato pensato per l’adattamento e, di conseguenza, per evitare guai. In soldoni: spendiamo oggi perché domani non succeda qualcosa di grave.

E, nell’attesa che il PNACC trovi la sua strada, continuiamo a rastrellare milioni di euro per intervenire quando quel qualcosa di grave è già successo.

Domani gita nei boschi. Colazione al sacco.

E se piove?

Piano B: andiamo al ristorante.

Nel mio comune, quando furono previsti gli eventi catastrofici del maggio 2023, le spallette del ponte che scavalca il fiume Uso furono rinforzate con sacchetti di sabbia. Risultato: nessuna interruzione della viabilità fra Igea Marina e Bellaria. Provate a cercare la notizia negli archivi dei vari TG o sui quotidiani locali. Nemmeno sul bollettino parrocchiale.

Già, perché un argine rinforzato non è una notizia. Un argine che crolla apre i telegiornali.

Una prevenzione riuscita è praticamente invisibile. Il compito di una buona azione preventiva è, esattamente, un evento che non avviene.

Ma, se prevenzione non c’è, il disastro arriva. Con l’inevitabile liturgia a corredo: servizi speciali dei TG, riprese da elicotteri e droni, interviste fra il fango o fra le ceneri di un bosco, dichiarazioni dei politici e degli esperti.

E con gli sfidanti pronti a scendere in campo.

Colpa del Governo!
No, colpa della Regione!

Colpa della maggioranza!
Sono le opposizioni che hanno bloccato tutto!

E, naturalmente, ambientalisti contro negazionisti, amministrazione attuale contro quella precedente.

Un disastro diventa materiale da curva. Perfino al bar si sente qualcuno affermare: «Bastavano due ruspe e 50 disoccupati con le zappe per ripulire l’alveo del fiume!»

Mentre tutti discutono di chi siano le colpe e i meriti del Piano B perdiamo di vista la domanda reale: «Scusate, ma perché non abbiamo fatto il Piano A?»

Ma, in fondo, tutto questo discorso ha una sua logica. Perversa se volete, ma logica fino in fondo.

La politica, i giornali, i social rispondono ai nostri stimoli.

Se la notizia è un ponte crollato allora partono le condivisioni a raffica, i commenti feroci e indignati, la difesa del politico di oggi o di quello di ieri.

Il ponte, magari di epoca romana, manutenuto, controllato e in piedi a dispetto della piena catastrofica non se lo fila nessuno.

Anche noi facciamo parte di quella logica perversa.

Forse pure io con queste mie parole.

Il problema del Piano A è che, quando funziona, non succede niente.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 72

«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.