Mettere un’etichetta è facile. Ma l’etichetta non spiega.

A volte mi siedo in giardino e guardo la gente che passa. Anziani con il deambulatore, donne che vanno a fare la spesa, persone che vanno al lavoro. E, specie d’estate, giovani. Nel mio quartiere abitano molte famiglie con figli adolescenti.
Proprio sabato pomeriggio, verso le cinque, ho visto passare un ragazzo che conosco bene. Educato, gentile, sportivo. Ma dall’abbigliamento (scarponcini firmati con calzettoni, maglia con loghi vari, eccetera) sembrava un mezzo Maranza.
Maranza!
Un’etichetta che, nel linguaggio comune, rischia di identificare un giovane delinquente o peggio. Un fenomeno, quello definito “gang giovanili”, che ha “costretto” i nostri governanti a mettere in campo un disegno di legge definito dai media “anti maranza”.
Quando ero giovane (anche dopo) anche io appartenevo a una generazione che aveva appiccicata addosso la sua brava etichetta: “Capelloni”. Che per molti voleva dire drogati, sovversivi o peggio, terroristi e criminali.
Inevitabile, con una buona etichetta identifichi immediatamente.
Ma l’etichetta non spiega.
Quando un qualsiasi fenomeno sociale scuote l’opinione pubblica si cerca immediatamente di porci rimedio, fare subito. Aggiungiamo un Articolo bis al codice, creiamo magari un’aggravante, inaspriamo certe pene, introduciamo nuovi divieti e aumentiamo i controlli. Facciamo qualcosa, qualsiasi cosa.
Giusto, giustissimo.
Ma resta un Piano B.
Ne parlavo qualche giorno fa a proposito di prevenzione e calamità naturali. Il ragionamento è uguale: il Piano A – fatto di prevenzione, riconoscimento dei segnali premonitori, servizi, cultura, scuola e famiglia – è lento, richiede un impegno anche costoso e difficile da misurare nel dettaglio ma solo in generale.
Il paradosso è proprio questo: il successo della prevenzione è un’assenza. E, naturalmente, un fatto che non succede non fa notizia, non ci saranno mai nastri da tagliare, non ci saranno troupe televisive e schiere di giornalisti. Ma, soprattutto, prevenire non dà meriti immediati a questo o quello.
Sia ben chiaro. Se qualcuno commette un reato bisogna intervenire con decisione. Se una donna o un minore o chiunque è in pericolo abbiamo il sacrosanto dovere di proteggerlo.
Il Piano B serve, eccome se serve!
Ma se diventa una scusa per evitare di usare il Piano A, allora non ci siamo. Specie se quel Piano A, almeno sulla carta, esiste.
Perché l’Italia non è un paese senza programmi. Il Piano B ce l’abbiamo quasi sempre. Se non lo abbiamo lo imbastiamo in una settimana.
È il Piano A che continuiamo a rimandare.
In fondo il Piano B ha un vantaggio formidabile sul Piano A: quando siamo costretti ad applicarlo, tutti ci accorgiamo quanto serva.
Quando il Piano A funziona, nessuno saprà mai quanto ci è servito.
Regola n. 3
«Diffida di chi ha una soluzione semplice per un problema complicato. Ma diffida di più di chi ti propone una soluzione complicata per un problema semplice.»

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