
C’è una frase che amo particolarmente: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Questa non è mia, l’ha detta l’OMS nel 1948, quando io non ero ancora nato (dai, non sono così vecchio), l’Italia usciva dalla guerra, si mangiava ciò che c’era e nessuno si preoccupava della postura alla scrivania, se non per evitare di addormentarsi sul lavoro.
Nel 1948 “completo benessere” significava, più o meno: non avere la febbre e avere ancora un paio di scarpe utilizzabili. Oggi, invece, per raggiungere il “completo benessere” serve un piano più elaborato della missione su Marte della NASA.
Viviamo nell’epoca in cui siamo tutti impegnati a “stare bene”, eppure siamo più stanchi di prima. Infatti, a giudicare dai vari post sui social, per essere considerati in salute bisogna inevitabilmente e assolutamente fare almeno 10.000 passi al giorno (ma meglio 12.000, dicono gli esperti); partecipare a un corso di yoga, Pilates o qualsiasi altra cosa che finisca in -ness; prendere integratori di cui non conosciamo il nome ma che “fanno bene”; bere due litri d’acqua, ma non troppa, sennò va in crisi l’elettrolita misterioso (che non è quello della batteria dell’automobile); mangiare sano (qualsiasi cosa significhi oggi “sano”); meditare quotidianamente, possibilmente in un angolo della casa che non esiste.
Siamo arrivati al punto che la ricerca della salute è diventata la principale causa del nostro malessere.
Gli esperti lo chiamano “equilibrio dinamico”, che tradotto per noi comuni mortali significa, in parole povere, oggi ti senti bene, domani chissà; dopodomani forse ti ripigli, o forse no.
Insomma, è come stare su un paddle board in mezzo al mare: l’importante non è non cadere mai, ma imparare a rialzarsi con un minimo di dignità.
Prendiamoci un attimo per una verità scomoda: molte persone si sentono in salute solo quando possono raccontare a qualcuno quanto sono stressate, stanche, piene di cose da fare. Il massimo del godimento, poi, lo raggiungono quando possono dire quanto soffrono, nel fisico (dolori vari e malattie strane) e nell’anima. È una forma di benessere relazionale: se non ti lamenti un po’, gli altri si preoccupano.
E allora, cosa significa oggi “essere in salute”? Io proporrei una definizione più umana, più quotidiana, più… possibile:
La salute è quando, nonostante la vita ti tiri addosso di tutto – stress, riunioni Zoom, bollette, allarmi apocalittici sui social – tu riesci comunque a mantenere un certo equilibrio, a ridere ogni tanto, a dormire decentemente e a trovare un motivo per uscire di casa che non sia solo portare fuori l’umido.
Se poi riesci anche a mangiare un’insalata senza sentirti un eroe, sei praticamente immortale.
Forse la salute non è la perfezione. Forse non è neppure un “completo benessere”. Forse è semplicemente la capacità di barcamenarsi con un sorriso, o almeno con una smorfia.
Soprattutto, è ricordarsi che siamo esseri umani, non macchine da performance.
E che il benessere, a volte, è anche saper spegnere il telefono.
Regola n. 73
«Se proprio devi perdere tempo, fallo in buona compagnia.»
