Più o meno.

Quando l’agenzia dell’Onu per il clima parla di un El Niño dalle «proporzioni gigantesche», direi che c’è da preoccuparsi. E quando a descrivere un evento eccezionalmente forte non sono i meteorologi de noartri, ma enti come la NOAA, la preoccupazione sale.
“Godzilla” lo hanno già chiamato. A dire il vero il soprannome non è nuovo: era stato affibbiato al gigantesco El Niño del 2015-2016. Ma evidentemente, dalle parti del Pacifico, il mostro ha ancora parecchi estimatori.
Ma perché un fenomeno che si verifica dall’altra parte del mondo, quella che nell’Europa di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci quasi nessuno immaginava esistesse, dovrebbe preoccupare i contadini romagnoli?
In fondo, se succede, succede laggiù. Non nel mio giardino (not in my backyard dicono nei paesi di lingua inglese).
Semplice. Perché se si parla di clima, e più in generale di ecologia, non esiste un “mio giardino”. Il giardino è di tutti.
Sì, quella palla azzurrina che ruota nel sistema solare è di tutti.
Ecco che le domande iniziano a frullare nel cervello. Ma quanti chilometri devono separarmi da qualcosa che succede perché io lo consideri vicino a me?
Un temporale che tre ore prima era a 150 km da casa mia è già passato oltre dopo aver scaricato sul mio giardino una bella dose di pioggia. Verrebbe da dire finalmente. Di altri eventi meteo, anche più vicini, non ho sentito nemmeno i “benefici”. Il ghiacciaio del Monte Rosa si sta sciogliendo? Sta lassù e, soprattutto, a 500 km da casa mia.
Se un temporale che si è scatenato a meno di 30 km da Bordonchio non l’ho nemmeno sentito perché dovrei preoccuparmi di un fenomeno che avviene laggiù, a quasi undicimila chilometri dal mio giardino, nell’altro emisfero?
Intanto nel Regno Unito il governo consiglia ai cittadini di tenere in casa acqua potabile, alimenti non deperibili, medicinali, torce e batterie per affrontare emergenze che possono interrompere i servizi essenziali.
Il problema vero è che l’atmosfera non usa Google Maps.
Un aumento anche di pochi gradi della temperatura delle acque superficiali di una parte del Pacifico — uno sbalzo che forse sotto la doccia nemmeno sentirei — può modificare gli equilibri tra oceano e atmosfera e può mettere in crisi pesca e agricoltura sulle coste dell’America del Sud. Ma non si ferma lì.
E dà una spallata all’atmosfera del pianeta.
Quando parliamo del clima globale non parliamo solo di Lima, del Perù, dell’America del Sud ma anche dell’Oceano Atlantico, dell’Europa, dell’Italia, di Bordonchio.
Adesso la NOAA, con i suoi bollettini periodici, può informarci sull’evoluzione globale del fenomeno, ma non può dirmi oggi se a Natale, il giorno del bambinello, a Bordonchio ci sarà il sole o la neve.
Ognuno di noi può attrezzarsi come meglio crede per affrontare un fenomeno meteo. Posso attrezzarmi con due ventilatori nuovi, far finalmente sistemare il condizionatore in casa, mettere sotto il letto tante casse d’acqua, comprare un paio di stivali.
Oppure non fare nulla. Tanto fra me e El Niño ci sono sempre quegli undicimila chilometri. Posso continuare a ragionare di distanze e di confini con l’atmosfera che se ne frega delle distanze e che non ha il passaporto.
Prevenire è meglio che curare, mi pare si dicesse così.
Il pianeta è uno ed è di tutti. Siamo tutti coinvolti e siamo tutti responsabili.
Fratelli, pensiamoci. Siamo ancora in tempo.
Regola n. 14
«Quando qualcuno dice "gli esperti affermano", chiedi quali.»

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