conta più un like o una persona?

Confesso. Non sono un fanatico dei TG. Quando devo, quasi per forza, guardarlo cerco di distarmi, di pensare ad altro. Ma una frase sentita ieri mi ha fatto drizzare le antenne: «Le ronde degli influencer.»
E non per la parola influencer (secondo il vocabolario Treccani, una persona popolare sui social network capace di influenzare le opinioni, i gusti e le scelte di un pubblico) ma per l’accoppiata con ronda (sempre dal Treccani, andare in giro in una zona determinata allo scopo di perlustrare, esplorare, ispezionare).
Qualcuno, più famoso di me, avrebbe detto «Ma che c’azzecca?»
Per capirlo mi sono documentato e ho scoperto che, effettivamente, in alcune città (Bologna, Venezia ma anche Roma, Milano, Napoli e altre), dei creatori di contenuti, chiamateli pure content creator, non mi date fastidio, vanno in giro armati di smartphone e riprendono situazioni di degrado, borseggi, spaccio, episodi di microcriminalità.
Ma gli episodi di Bologna e Venezia, che sono saliti all’attenzione dei TG, forse sono la punta di un iceberg molto più grande. E, come ci insegna il Titanic, sbattere contro un iceberg fa male.
Perché, senza etichette altisonanti, per creare contenuti non serve essere dei professionisti, non serve una telecamera da decine di migliaia di euro, non serve aver frequentato il DAMS o corsi da videomaker.
Basta un semplice smartphone — quello ce l’abbiamo quasi tutti — ed essere al posto giusto al momento giusto e il gioco è fatto: un qualsiasi pezzo di realtà diventa un contenuto.
Cade uno dalla bicicletta, due si prendono a male parole, c’è un incidente, arriva un’ambulanza, qualcuno fa una scenata al supermercato. Compare uno smartphone, magari più di uno, e qualcuno riprende la scena.
Fino a qui niente di grave. Un filmato nel suo contesto può servire per documentare un fatto. Spesso le forze dell’ordine ci fanno affidamento per ricostruire la dinamica.
Ma perché, davanti a un qualsiasi fatto, sentiamo la necessità di tirare fuori il telefono e fare una foto o un video?
Forse la parte sommersa dell’iceberg è proprio in questa domanda.
Ma quando diavolo è successo che la frase “ho visto una persona cadere” è diventata “ho visto qualcosa da filmare”?
E magari potessimo fermarci solo qui.
Perché il nodo del problema, secondo me, è nella domanda successiva.
Di quel filmato, strano, divertente, catastrofico o emozionante che sia, noi che ne facciamo?
Lo facciamo vedere agli amici per farci due chiacchiere? Lo inviamo a qualcuno che ha bisogno di documentarlo?
Oppure, dannazione, lo condividiamo sui social e ci mettiamo in attesa dei like, dei cuoricini e dei commenti?
Forse il vero problema non sono gli influencer o le ronde. Non sono nemmeno i social o le piattaforme video.
Il problema è un altro. E, come diceva un conduttore televisivo dopo la mezzanotte:
«Fatevi una domanda e datevi una risposta»
Regola n. 58
«La tecnologia cambia in fretta. Gli esseri umani molto meno.»

Lascia un commento