Bene. Adesso puoi fare qualsiasi cazzata!

Ho sempre avuto fiducia negli algoritmi. Se sono fatti bene, ragionati e se affrontano tutti gli aspetti di un problema sono una cosa fantastica. Possono essere applicati a tutte le scienze umane, non solo all’informatica, e possono condurre un ragionamento verso una soluzione.
A volte possono fare incazzare noi umani, esattamente come il gatto che si ostina a svegliarti alle quattro del mattino. Il suo algoritmo gli dice che poiché fuori gli uccellini cantano e lui ha fame tu devi alzarti per dargli la pappa e aprirgli la porta o il balcone.
Ragionamento che non fa una piega, secondo il gatto.
Io invece, a dispetto della mia esperienza in informatica, qualche giorno fa mi sono incavolato di brutto con l’algoritmo di un social network del quale avevo perso la password. Ho attivato il processo di recupero della password e dopo due o tre passaggi – scusate le imprecisioni ma cerco di rimuovere l’esperienza – sono rimasto bloccato da una richiesta di accesso da un dispositivo che avevo registrato non so quando.
Certo, un algoritmo di sicurezza praticamente ineccepibile. Se vuoi accedere qui devi assicurarmi con assoluta certezza di essere chi dici di essere!
Anche questo ragionamento, come quello del gatto, non fa una piega. Secondo l’algoritmo.
Poi scopro, ascoltando i TG, che due ragazzine, 8 e 12 anni, scomparse da casa erano semplicemente nascoste in un negozio. Perché? Stavano imitando la “24 Hour Overnight Challenge” vista su YouTube e sui social. Una challenge, cavoli. Una sfida per dimostrare agli altri di essere coraggiose e disposte a fare qualsiasi cosa.
Ragazzine, io avrei detto bimbe, incoscienti? Certamente.
Genitori irresponsabili? Forse.
E noi, sedicenti adulti, ci siamo scandalizzati.
Già, perché nessuno di noi, da ragazzo, ha fatto una cazzata per dimostrare di essere capace di fare una cosa?
«Scommettiamo che non sei capace di andare in bicicletta invertendo le mani sul manubrio.» Detto fatto: mano destra a sinistra, mano sinistra a destra, caduta rovinosa, ginocchia ridotte a due braciole.
Solo che non avevamo tre milioni di visualizzazioni, non la chiamavamo con una parola americana, nessuno metteva like alla nostra “epica” impresa. Ci dovevamo accontentare delle risate dei tre cretini di turno e della premurosa disinfezione delle braciole con acqua ossigenata e mercurocromo. Bruciava, cacchio se bruciava!
Ma quello che mi brucia di più è un’altra cosa.
Già perché video relativi alla “24 Hour Overnight Challenge” hanno avuto milioni di visualizzazioni. E questo non lo dico io. Lo dice la Procura della Repubblica.
Perché i social coinvolti hanno, pare da tempo, attivato sistemi in grado di stimare l’età di chi sta navigando, indipendentemente da quella dichiarata al momento della registrazione.
Hanno anche regole che vietano contenuti che incoraggiano i minori a compiere attività pericolose, comprese determinate challenge, scherzi e attività imitabili, e sistemi automatici destinati a individuare e limitare la diffusione di contenuti potenzialmente pericolosi.
Quindi non siamo di fronte a piattaforme che non hanno mai affrontato il problema, anzi. Lo hanno preso in considerazione, hanno studiato sistemi e algoritmi e li hanno fatti verificare anche da fonti esterne.
Algoritmi che funzionano.
Come quello del gatto.
Regola n. 18
«Le persone sono quasi sempre più complicate delle etichette che gli appiccichiamo.»

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