Sì, quelli che partono sempre e solo quando hai fretta

Innanzitutto, permettetemi una premessa: chiedo umilmente scusa a Microsoft, ad Apple e perfino a Linus Torvalds. Non è colpa loro se gli aggiornamenti software hanno deciso di diventare la nemesi della vita moderna. Loro vogliono solo il nostro bene, dicono. Migliorare la sicurezza, ottimizzare le prestazioni, correggere bug invisibili ai comuni mortali. Però, stranamente, questi miglioramenti arrivano sempre quando noi abbiamo il peggior tempismo possibile.

Esempio tipico: devi collegarti a una riunione online, sei già in ritardo, apri il computer e… “Non spegnere il PC. Installazione aggiornamento 1 di 257”. Perfetto. Non c’è nulla che trasmetta più fiducia ai tuoi colleghi di un bel messaggio in chat: “Scusate, arrivo, Windows ha deciso che oggi era il giorno giusto per diventare una farfalla digitale.”

Apple non è da meno. Anzi, l’iPhone ha sviluppato la raffinata arte di proporti l’aggiornamento quando hai il 9% di batteria e sei in giro senza caricabatterie. “Vuoi installare stanotte?” chiede con candore. Certo, e domattina mi sveglierò due ore dopo perché la sveglia non ha suonato, mentre voi a Cupertino vi fate un caffè soddisfatti per aver reso il mondo “più sicuro”.

E poi c’è il mondo Linux, dove gli aggiornamenti non ti obbligano: no, lì ti colpiscono con la loro quantità. “Hai 384 pacchetti da aggiornare. Vuoi procedere?” — e tu pensi che dietro ogni pacchetto ci sia un esercito di sviluppatori che hanno deciso, all’unanimità, che il momento migliore per migliorare la libreria libsomething era proprio quando tu devi mandare via quella mail urgente.

La domanda più odiosa rimane sempre la stessa, universale: “Vuoi aggiornare ora o rimandare a un momento ancora più scomodo?” Non esiste mai l’opzione “Mai”. Esiste solo la certezza che, quando finalmente cederai, il tuo dispositivo passerà venti minuti a riavviarsi, meditare, riflettere sul senso della vita e, forse, installare davvero qualcosa.

Il lato comico è che nessuno, alla fine, nota le differenze. Dopo ore di attesa, la “grande rivoluzione” consiste nel fatto che l’icona delle impostazioni ha cambiato un’ombra o che ora c’è una nuova emoji di un bradipo sorridente. Grazie, era proprio quello che mancava alla mia produttività.

In realtà, gli aggiornamenti software sono un gigantesco esercizio zen. Ci obbligano a fermarci, respirare, contemplare una barra di caricamento che sale al ritmo di una foglia che cade. Non migliorano solo la sicurezza del sistema: mettono alla prova la sicurezza che abbiamo in noi stessi.

Quindi sì, Microsoft, Apple, Linus: scusateci se vi prendiamo in giro. Sappiamo che senza di voi vivremmo ancora nell’età della pietra digitale. Però, vi prego, un giorno regalateci l’opzione che tutti sogniamo: “Vuoi aggiornare quando vuoi tu, e non quando decido io?”

Fino ad allora, continueremo a giustificarci con colleghi, amici e parenti: “Non è colpa mia, era colpa dell’aggiornamento.”

Ti è piaciuto? La prossima non fartela raccontare.
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Le Regole di Speranza-1

Teorema dell'Espansione dei Gruppi WhatsApp

«La lunghezza di una discussione è inversamente proporzionale alla sua importanza pratica.

Corollario: La probabilità che qualcuno scriva "Scusate, ma quindi dove ci troviamo?" tende a 1.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.