Cronaca semiseria di un download burocratico.

Lillo osserva con aria filosofica mentre Sugar mette una zampa sul mouse davanti a un grande cookie banner con "Accetta" in evidenza, simbolo ironico della complessità del consenso online raccontata nell'articolo "Il GDPR secondo Kafka"


Volevo soltanto scaricare l’ultima versione di un piccolo programma gratuito.

Un’operazione semplice.
Tre clic, download, installazione, caffè.

Almeno, questo era il piano iniziale.

Invece mi sono trovato davanti a un lungo elenco di aziende, collocato in una posizione che definire “discreta” sarebbe offensivo per la discrezione.

La cosa che mi ha colpito è stata l’ammirevole sincerità.

Mi spiegavano di avere un “legittimo interesse” a trattare i miei dati personali.

Una dopo l’altra.

Decine.

Forse centinaia.

Confesso di non averle contate. A un certo punto ho smesso di leggere i nomi e ho iniziato a disattivare interruttori con lo stesso entusiasmo con cui, da ragazzo, cercavo di eliminare i virus dal PC. Solo che, se la memoria non mi inganna, allora i virus erano meno numerosi.

Il bello è che il “legittimo interesse” esiste davvero.

Non è un’invenzione del marketing.

Il GDPR lo prevede. E, in molti casi, ha perfettamente senso.

Se un sito deve difendersi dagli attacchi informatici, prevenire le frodi o garantire il corretto funzionamento di un servizio, è ragionevole che possa trattare alcuni dati senza costringere l’utente a firmare un’autorizzazione ogni trenta secondi.

Fin qui tutto bene.

L’inciampo arriva quando quel principio, nato per risolvere problemi concreti, viene raccontato all’utente attraverso pannelli infiniti, decine di finalità e un esercito di partner che, ciascuno in buona fede, rivendica il proprio piccolo, rispettabilissimo interesse.

Alla fine ti ritrovi a pensare che l’unico interesse rimasto senza rappresentanza sia il tuo.

Io, in fondo, volevo soltanto scaricare un programma. “Gratis et amore” avrebbe commentato Renzo.

Non mi aspettavo che per scaricare un programma gratuito dovessi prendere posizione sul legittimo interesse di un numero di aziende sufficiente a organizzare una discreta fiera campionaria.

È in quel momento che mi è tornata alla mente una vecchia battuta di Criscuolo nel libro Dio e il computer.

Davanti a una proposta burocratica inutilmente complicata osserva, con la saggezza pratica che solo certi personaggi possiedono:

«Dottò… chist’ è cafè… e chian!»

Ed è qui che ho avuto la netta sensazione di essere finito nel Castello di Kafka.

Perché, qualche volta, il percorso che dovrebbe proteggerci finisce per assomigliare a uno di quei corridoi dove ogni porta conduce a un’altra porta, ogni risposta genera una nuova domanda e l’uscita sembra allontanarsi a ogni clic.

Il paradosso è proprio questo.

Il GDPR è nato anche per restituire ai cittadini il controllo sui propri dati.

Un obiettivo sacrosanto.

Ma quando esercitare quel controllo richiede più pazienza di una pratica catastale, il rischio concreto è che il cittadino rinunci.

Non perché non tenga alla propria privacy.

Perché ha un lavoro, una famiglia, un gatto che reclama le crocchette e, soprattutto, desiderava soltanto scaricare un aggiornamento.

Il problema è che qualcuno sembra immaginare utenti curiosi, preparati e desiderosi di approfondire le basi giuridiche del trattamento dei dati personali.

La realtà è leggermente diversa.

La maggior parte di noi vuole semplicemente capire due cose.

Che cosa raccogli.

E perché.

Se per spiegarlo servono quindici schermate e trecento interruttori, forse non abbiamo progettato un sistema trasparente.

Abbiamo soltanto costruito un labirinto con un’ottima documentazione.

Non perché il GDPR sia sbagliato.

Non perché la tutela della privacy sia eccessiva.

Nel frattempo, io sono riuscito ad aggiornare il mio programmino gratuito.

Credo.

L’aggiornamento è durato trenta secondi.

La gestione della privacy quasi dieci minuti.

Forse il programma era freeware.

La burocrazia, invece, era decisamente premium.

E adesso, se non vi dispiace, vado a controllare che il programma non abbia sviluppato un legittimo interesse a ricordarsi dove l’ho installato.


Le Regole di Speranza-1

Regola n. 72

«Finché c'è formaggio di fossa, c'è anche il motivo di sperare.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.