Ovvero: La leggenda del cookie nascosto


C’è un momento in cui capisci che la libertà digitale è una barzelletta.
Di solito coincide con l’apparizione improvvisa del banner dei cookie: quel simpatico cartello che interrompe la tua navigazione con un sorriso finto e la frase più ipocrita del web:

“Teniamo alla tua privacy.”

Che poi la privacy è una cosa mica tanto semplice.
In ambito giuridico, la privacy è il diritto alla riservatezza e alla protezione dei dati personali.
Significa che una persona ha il diritto di controllare l’uso e la circolazione delle informazioni che la riguardano, impedendo che vengano divulgate senza il suo consenso e che vengano introdotte nella sua sfera privata da terzi.

Ma ritorniamo ai biscottini digitali che il sito in questione offre al tuo browser.
Appena leggi l’avviso, pensi che ti stanno per fregare.
È come quando un venditore ti dice: “Non voglio venderti nulla.”
Spoiler: vuole venderti tutto.

Il banner è lì, solenne, colorato, come una guardia di frontiera del nuovo mondo digitale.
È lì, immobile, impassibile, e ti offre solo due strade:

  1. Accetta tutti i cookie, grande, tondo, luminoso come il bottone di emergenza dell’astronave.
  2. Rifiuta tutto, piccolo, grigio, invisibile, nascosto dietro una selva di “Impostazioni avanzate” che nemmeno Teseo nel labirinto.

E allora comincia l’avventura.
Clicchi “personalizza”.
Si apre una tendina, poi un’altra, poi un elenco infinito di “partner pubblicitari” dai nomi che sembrano usciti da un film di spionaggio: AdMetrics, Trackify, DataWhisper, ProfiloMeSoft.
Ciascuno ti chiede di accettare “per offrirti un’esperienza migliore”.
Solo che per loro “Esperienza Migliore” significa:

“Ti seguiamo ovunque, anche al supermercato, per proporti la pubblicità del detersivo che hai solo pensato di comprare.”

È la nuova religione digitale.
Tu sei il fedele, i cookie sono le ostie, e il consenso è il tuo amen.
Il sito che volevi visitare è la chiesa (a volte in stile gotico vagamente inquietante), e il prete non si capisce chi sia.

La cosa straordinaria è che tutto questo nasce per tutelare la nostra privacy.
Un trionfo del diritto! Una conquista dell’utente!
Peccato che si sia trasformata in una tragicommedia: una burocrazia digitale che serve più a stancarti che a proteggerti.
Ti senti come quando firmi le clausole di un contratto che non leggerai mai, solo per finire prima.

E infatti nessuno legge davvero le “Informative sulla privacy”.
Neanche gli avvocati dei cookie leggono le informative sui cookie.
Ci fidiamo. O meglio, ci rassegniamo.
È la rassegnazione degli utenti che tiene in piedi l’economia digitale.

Poi, mentre accetti “tutto”, pensi che in fondo non hai nulla da nascondere.
Ma non è quello il punto.
Il punto è che la privacy non serve a chi ha segreti — quelli usano browser speciali e navigano nel dark web — serve a chi ha una vita.
E la vita è fatta anche di pensieri, ricerche, gusti, indecisioni e decisioni.
Tradotto in termini informatici schietti: DATI.
Dati che valgono più dell’oro, e che noi regaliamo in cambio di due secondi in meno di noia.

La verità è che i cookie non sono dolcetti: sono briciole del nostro tempo, raccolte con pazienza da chi sa come impastarle per venderci qualcosa.

E allora, ogni volta che clicchiamo “Accetta tutto”, forse dovremmo chiederci:

chi sta davvero accettando chi?

Perché a forza di dire sì a tutto, rischiamo di scoprire che il vero biscotto siamo noi.

Ti è piaciuto? La prossima non fartela raccontare.
Eventuali & Varie parla solo quando ha qualcosa da dire.

Le Regole di Speranza-1

Regola n. 37

«Se non riesci a spiegare una cosa davanti a una piadina, forse non l'hai capita davvero.»

Le regole sono in continua evoluzione. Anche Speranza-1.