
In Australia, da ieri, i social sono fuori legge per i ragazzi sotto i 16 anni. È la prima volta che un intero Paese prova a tirare giù l’interruttore digitale ai suoi adolescenti. Una misura drastica, che oscilla tra l’eroico e il disperato. E mentre la notizia rimbalza nel mondo come un meme senza emoji, una domanda rimane appesa: cosa succede davvero quando togli ai ragazzi la cosa che usano più dei lacci delle scarpe?
Una scelta che suona un po’ come “adesso basta, si torna a respirare”. Noi, sedicenti adulti, ci abbiamo piazzato subito un mezzo sorriso soddisfatto mentre pensavamo: “Finalmente qualcuno che fa qualcosa”, aggiungendo, subito dopo “Vediamo ora come reagiranno quei piccoli zombi digitali”.
Già, come reagiranno?
Nel film mentale che proiettiamo noi (sempre sedicenti) adulti, la prima scena è idilliaca: i ragazzi, privati del loro, schermo, si riscoprono analogici. Voci vere al telefono. Appuntamenti fissati senza chat ma a voce: “alle cinque davanti alla gelateria”. Sguardi che non devono fare buffering. Genitori che si commuovono come se avessero ritrovato la specie estinta dell’“adolescente presente a sé stesso”. Un ritorno all’infanzia che non abbiamo mai avuto il coraggio di chiedere.
È lo scenario romantico: bello, pulito, pieno di quaderni e penne e biciclette al tramonto. Con un decreto abbiamo rimesso tutto a posto.
Peccato che la realtà abbia spesso altre idee.
Perché, appena dopo il quadretto idilliaco, puntuale come l’autobus quando hai dimenticato l’ombrello, lo scenario-bis: la creatività adolescenziale al suo massimo splendore ingegnoso. Altro che quaderni e matite. Se chiudi Instagram, loro aprono un profilo fake con “37 anni e due figli” dichiarati e foto di un gatto. Se blocchi TikTok, spunterà l’app “TokTik” dall’altra parte del pianeta. Se metti controlli incrociati, loro incrociano VPN, password, escamotage che neanche in un film di spionaggio. E non lo faranno per cattiveria ma per sopravvivenza sociale. Loro non vogliono “tornare alla vita vera”, vogliono semplicemente continuare la vita di sempre.
È la logica del proibizionismo digitale: tu chiudi la porta, loro aprono un portellone. Non per sfida, ma per istinto di appartenenza. Gli adulti sognano l’ordine ricostituito. Gli adolescenti cercano solo il loro habitat.
Ed è qui che compare il terzo scenario, quello che forse non fa scalpore ma cambia tutto: il divieto funziona solo se apre una conversazione. Tra genitori e figli, tra scuola e studenti, tra cittadini e tecnologia.
Perché il problema non è “stare o non stare sui social”, ma come relazionarsi con un mondo che ci vuole sempre più veloci, reattivi, misurabili, visibili. Forse ai ragazzi serve imparare a gestire il digitale. Forse a noi adulti serve imparare a gestire l’assenza. E forse, sotto sotto, serve a tutti ricordare che un algoritmo non è un educatore, anche se parla fluentemente la lingua del “ti conosco”.
Così il ban australiano diventa un gigantesco specchio. Non ci mostra come saranno gli adolescenti del futuro, ma che tipo di adulti siamo oggi. E la domanda finale È semplice e spiazzante:
Se avessero messo il divieto ai maggiori di 16 anni, quanti di noi l’avrebbero superato davvero? E quanti avrebbero gridato alla violazione della libertà?