
Se la Terra avesse un’agenda Google, la prima cosa che farebbe sarebbe disattivare le notifiche.
Non per stress, ma per noia.
Quando hai 4,5 miliardi di anni, gli imprevisti veri sono rari.
Quelli che si ripetono ossessivamente, invece, impari a riconoscerli.
E impari ad ignorare gli altri a dispetto dei media umani che continuano a sottolineare l’ovvio.
Alle 6:30 scatta l’alba. Evento automatico, affidabile, mai in ritardo.
Il Sole entra in scena senza chiedere permessi, senza sponsor, senza conferenze stampa.
Funziona così da sempre, ed è già un piccolo miracolo che nessuno ha ancora provato a privatizzare.
Vi immaginate un’alba con lo slogan “Questo spettacolo vi è stato offerto da …”?
Subito dopo, con una precisione cronometrica, partono fotosintesi, cicli dell’acqua, equilibri atmosferici.
Tutte attività silenziose, che tengono in piedi la baracca da milioni di anni.
Non fanno rumore, non producono slogan, quindi passano inosservate.
D’altronde, non hanno nemmeno un ufficio comunicazione.
Verso metà mattina l’agenda segnala assorbimento della CO₂.
E qui compaiono le prime note in rosso.
Capacità superata, margine esaurito, sistema sotto stress.
La Terra fa il suo, come sempre. I
l problema è che qualcuno ha deciso che “come sempre” significa “infinito”.
La Terra fa quello che può, ma l’evento “Emissioni umane” è stato inserito come ricorrente giornaliero senza possibilità di rifiutare l’invito.
A mezzogiorno, sotto la superficie, le placche tettoniche continuano a muoversi.
Lentamente, con una calma irritante per chi misura tutto in trimestri e PIL.
La Terra ragiona in ere geologiche, non in cicli elettorali. E infatti non promette nulla.
Contemporaneamente gli oceani cercano un equilibrio termico. Non sempre ci riescono.
Tra una corrente calda e una fredda spunta una notifica fastidiosa: “Microplastiche rilevate anche qui”.
La Terra prende nota.
Non commenta.
Ha smesso di farlo da un po’.
Nel primo pomeriggio compare il solito evento non programmato: alluvione, siccità, ondata di calore o di gelo.
Nell’agenda è indicato come “conseguenza”.
Nei notiziari diventa “fatalità”.
È sorprendente come una cosa prevedibile riesca sempre a sembrare una sorpresa.
Alle 17:00 arriva l’appuntamento clou della giornata: Summit per salvare il pianeta.
Evento ricorrente. Partecipanti: capi di Stato, esperti, sponsor, buffet.
Ordine del giorno: “Agire con urgenza”.
Decisioni prese: rinviate.
Foto ufficiali: riuscitissime.
La Terra osserva, prende nota e si chiede, per l’ennesima volta, chi sia esattamente il paziente.
Perché lei, a ben vedere, ha superato glaciazioni, meteoriti e supervulcani senza convocare tavoli tecnici.
Non ha bisogno di essere salvata.
Al massimo, si riorganizza.
Punta su altro.
Verso sera tenta una sessione di rigenerazione degli ecosistemi, ma viene interrotta di continuo.
Qualcuno suggerisce un nuovo summit per parlarne meglio.
L’idea viene archiviata sotto la voce: “ironia involontaria”.
Prima di mezzanotte, controllo di routine: specie a rischio. Elenco lungo. In crescita.
Nessuna sorpresa. La Terra non si indigna, non si commuove.
Registra. È bravissima a farlo.
Alle 23:59, backup automatico.
I dati vengono salvati in ghiacci, rocce, sedimenti, anelli degli alberi.
Archivi lenti, solidi, destinati a durare.
A differenza di molte civiltà che si credevano eterne.
Se la Terra avesse davvero un’agenda Google, probabilmente l’evento “salvare il pianeta” sarebbe già stato cancellato. Non per cinismo.
Ma per precisione.
Il pianeta non è in pericolo. Siamo noi ad aver sbagliato appuntamento.
Certo, possiamo continuare a riunirci. Possiamo convocare summit, scrivere documenti, dichiarare l’urgenza con grande compostezza.
Possiamo perfino convincerci che, in fondo, stiamo facendo il possibile.
La Terra ci lascia fare.
Non interrompe, non protesta, non manda comunicati.
Continua a girare, paziente, come chi ha già visto passare mode ben più durature delle nostre civiltà.
Non ci giudica.
Non ci condanna.
Non ci implora.
Si limita a prendere atto.
E quando avremo finito di parlarne, di discuterne, di rimandare ancora un po’, lei sarà ancora qui.
Solo che quella volta l’agenda potrebbe rimanere chiusa.